.
Annunci online

Io non me la spiego, la vita. Però un'idea me la sono fatta. DaDo
26 giugno 2009
MAICOL GECSON E MICHAEL JACKSON

Io me lo ricordo, lo "scemo" che nella mia cittadina natale, si faceva chiamare Maicol.
E credo che in quasi tutti i paesi, almeno fino a una decina d'anni fa, c'era uno "scemo" che credeva di essere Michael Jackson.
Cercava di imitarne i passi di danza, di riprodurne lo stile vocale, indossava la maglietta bianca, il giubbotto di pelle nera pieno di fibbie, i guanti bianchi.
Si pettinava come lui.
Cercava di essere lui.
VOLEVA essere lui. E in fondo, lo era.
Come ogni bambino che a carnevale indossa un mantello per diventare Zorro, Batman, Superman.
E i folli non sono diversi dai bambini. Hanno candore, purezza, fantasia. Credono di poter volare. E a volte, non visti, ci riescono.
Michael Jackson sul palco volava, scompariva, ballava con passi inconcepibili per un normale essere umano. Camminava sulla luna.
Non erano trucchi scenici. Anche lui, in fondo, credeva di volare.
Come Maicol, forse.
Prima di Michael Jackson era toccato ad altri personaggi, l'ingrato compito di essere fonte di ispirazione di quella dolce e affettuosa pazzia che risiede nel desiderio di emulazione. Per fare dei nomi: Elvis Presley, Marilyn Monroe, Rodolfo Valentino, fino all'icona dei matti tipica delle barzellette: Napoleone.
Questo privilegio segue regole imperscrutabili che non sono soltanto commerciali: il successo dell'immagine di un personaggio e la sua predisposizione a suscitare il desiderio di identificazione nello spettatore c'entra poco con l'esposizione mediatica.
Un privilegio che capita soltanto a chi ha saputo lasciare un'impronta sul suo tempo al di là dei costumi di scena, dello stile di vita, del modo di impiegare il talento, della stessa qualità delle sue opere.
Michael Jackson, lo scrissi tanto tempo fa in un articolo, non era semplicemente "IL SIMBOLO" degli anni '80. Era, in qualche modo, qualcosa di più. Era la più grande invenzione di un'epoca. E al tempo stesso, era il suo inventore. Come Marconi e la radio. Come Copernico e la teoria eliocentrica. Come Gutenberg e i caratteri mobili. Come Al- Khwarizimi e lo zero. Come Platone e l'Accademia. Come quel tizio vestito con una pelle d'orso e la ruota.
E' stato lui a inventarsi, a costruire la sua immagine, a creare uno stile che - piacesse o meno - era impossibile confondere con quello di qualcun altro.
E' stato lui a far nascere il bisogno di "vedere" le canzoni dentro uno schermo, a dettare i tempi di un processo di ipnosi collettiva cominciato durante l'infanzia della mia generazione e di quelle successive: il passaggio dalla voce materna alla sua- altrettanto dolce e rassicurante - che cantava dentro un video è stato decisivo per cominciare a riconoscere in quello schermo una figura importante - decisamente troppo - per la nostra crescita. Dalle ninne nanne siamo passati, in maniera quasi naturale, alle note di Billie Jean, sviluppando una forma di familiarità con quello schermo e, ancora più, con la voce e il volto più facilmente riconoscibile e più presente, in quel quadrilatero.
Ma quei video erano il riflesso inalterabile di un uomo che, dentro lo specchio, cominciava a non riconoscersi più. E negava l'evidenza, terrorizzato dall'idea di perdere quell'eternità che stava cercando di creare. Provò così a evocare l'incantesimo terribile di un'adolescenza senza fine, di una voce eternamente fanciulla, dell'atto contronatura di arrestare il processo di invecchiamento. Ricevette quel dono. O almeno, ne ebbe l'illusione.
Voleva essere perfetto, amato da tutti, riconosciuto come l'essenza estetica e morale della bellezza e della bontà.
Era bello come un dio giovane. Voleva essere più bello. Conservare per sempre l'espressione migliore del suo volto, far sì che i suoi lineamenti fossero privi di imperfezioni, fotogenicamente ineccepibili.
E aveva un animo buono, in fondo. Voleva curare i mali del mondo. Voleva essere di esempio per tutti. Cantava che: "Noi siamo il mondo, noi siamo i bambini..." 
Credeva, nella sua innocenza, che fosse il modo più giusto per restituire l'affetto ricevuto alla gente.
Che da lui, invece, voleva soprattutto canzoni.
E le sue intenzioni venivano travisate, ridicolizzate, arrivavano a suscitare tremendi sospetti.
L'affetto per i bambini che diventava molesto, la filantropia che gli fruttava introiti e popolarità, le camere iperbariche in cui riposava per garantirsi l'immortalità, gli interventi di chirurgia estetica che lo trasformavano in una specie di mostro privo di espressione, le donne che sposava per esperimenti molto simili all'eugenetica per avere il figlio perfetto: Prince Michael Jr., il figlio di un ragazzino seduto sul trono di un Re. 
C'era, al di là delle vicende giudiziarie, qualcosa di morboso nel suo modo di dimostrare amore. Al pubblico, alla gente, a chi gli stava accanto. A sè stesso, innanzitutto.
I colossali monumenti dorati che lo ritraevano rendendolo visibile da enormi distanze, le centinaia di guardie del corpo che marciavano al suo fianco per fare scudo a qualsiasi contatto con la mortalità, il castello stregato in cui si era rinchiuso cercando di nascondersi al mondo e al tempo... tutto era rappresentazione innanzitutto della sua paura.
Paura di essere solo, incompreso, ferito dalla sua diversità.
Paura di non essere più amato.
E la paura non è mai una buona ispiratrice per le azioni, le relazioni, le scelte.
Mi sono imbattuto spesso, per la mia professione e la mia passione, in storie che riguardavano Michael e che assumevano sempre più spesso i contorni di leggende metropolitane.
Con lui era inevitabile esagerare. Era la sua stessa storia ad averci abituati così.
Alla fine ho smesso, come quasi tutti, di credere a qualsiasi notizia sul suo conto. Buona o cattiva che fosse.
Ho smesso di credere all'uscita di un nuovo album, ho cominciato a voltare pagina prima ancora di leggere gli ultimi aggiornamenti sui suoi comportamenti surreali, ho pensato a lui come a qualcuno che ha cessato di appartenere al mio mondo.
Anni fa aveva cantato: "Leave me alone". Nel mio piccolo, l'avevo accontentato.
Però mi è capitato di ascoltare le sue canzoni, ogni tanto.
Negli ultimi tempi,soprattutto quelle dell'epoca in cui era ancora, davvero, un bambino. E devo riconoscere che ho riscoperto le sue doti, spesso passate in secondo piano rispetto a quello che lui stesso cercava quasi ossessivamente di veicolare al pubblico.
Ho riascoltato la sua voce. Ad occhi chiusi. Sono stati bei momenti, lo ammetto.

Quando ho appreso la notizia della sua morte, ieri sera, ero in un locale e mettevo i dischi per fare ballare la gente.
Non ci ho creduto, in un primo momento. Ho pensato si trattasse dell'ennesima balla sul suo conto. Ho addirittura sospettato si trattasse di una messinscena fatta apposta per fuggire con il malloppo racimolato in vista dei suoi concerti a Londra. Una serie incredibile di date da "tutto esaurito".
L'ennesimo record di una carriera e di una vita segnata dall'impossibilità di un confronto con l'idea di "normalità".
Alla fine mi sono convinto dell'attendibilità della notizia.
Ho sospirato.
Ho lasciato che l'ultimo disco che avevo in programma sfumasse nel silenzio.
Qualcuno in mezzo al pubblico sapeva già cos'era accaduto.
E poi ho chiuso la serata con una sua  vecchia canzone:
"Don't stop 'til you get enough".
Forse quel bambino di cinquant'anni ne aveva davvero abbastanza.
E ha deciso di fermarsi, sfinito da una vita impossibile anche solo da concepire per chiunque altra persona su questo pianeta.
Che la morte lo abbia raggiunto inaspettatamente o che lui l'abbia cercata, poco importa.
Sono questioni di medicina legale che poco hanno a che vedere con la vita e col suo significato.

Non gli chiederò scuse postume, pur prendendo atto di essere stato poco clemente nei suoi confronti, soprattutto negli ultimi tempi.
Non lo farò, anche perchè credo che non avesse bisogno delle mie scuse da vivo. Figuriamoci da morto.
Non gli perdonerò di avere sprecato una buona porzione di un talento smisurato.
Ma credo sia giusto ringraziarlo. Perchè al di là della discutibile ultima parte della sua carriera artistica, al di là delle colpe per essere stato - involontariamente, credo - il principale responsabile della plastificazione della musica pop, al di là dei sospetti - destinati a rimanere tali - su una condotta privata riprovevole e su evidenti turbe psichiche che lo avevano trasformato - non certo per volere della stampa - in un mostro alieno rispetto a qualsiasi idea di umanità, ha fatto qualcosa per cui sarà giusto e doveroso rendergli omaggio, per sempre.
Miliardi di persone hanno ballato, sognato, fatto l'amore ascoltando la sua voce, seguendo il suo ritmo, credendo in lui.
E ballare, sognare, fare l'amore, sono cose che rendono questa vita degna di essere vissuta.
Chi sa farne dono all'umanità, lascia qualcosa di più grande e duraturo dei limiti imposti dalla nostra natura umana.
Qualcosa che sopravvive anche al male che inevitabilmente ogni essere umano produce.
E' diventato eterno e invincibile.
Vivrà per sempre.
Anche per merito di Maicol che, ne sono certo, in questo momento non starà piangendo.

Grazie, Jacko.
sentimenti
29 maggio 2009
LA SECONDA VOLTA


Quando avevo un minuto, ero l'uomo più bello, potente e felice del mondo.
Nel mio pianto smodato c'era la rivendicazione di tutta la vita, delle opportunità che già riconoscevo dentro l'aria nuova che attraversava i miei polmoni, rinfrescava la mia pelle e ossigenava il mio sangue. Avevo il diritto di esistere. Ne ero consapevole.
In quel primo minuto di vita ero tutto.
Ero dio, da neonato. Forse anche meglio.
Perchè io avrei potuto perfino inventarlo, dio.
Lui il suo dovere l'aveva fatto, ormai.
Qualcuno avrebbe dovuto nutrirmi, accudirmi, amarmi, preparare adeguatamente il mio cammino sulla terra, il mio incontro con la luce, il mio contatto con la mortalità e con l'infinito.
Sapevo tutto questo, mentre piangevo.
Ero tutto, sapevo tutto, potevo tutto.

Tutto.

Lo avrei dimenticato col trascorrere del tempo. Minuto dopo minuto.

Un procedimento di routine, dicono.
A volte ci si fa l'abitudine e si prendono le adeguate contromisure.
Bisogna crescere. Non si smette mai di crescere. Fino a morirne.

...

Quando avevo diciassette anni, trecentosessantaquattro giorni, ventitre ore e cinquantanove minuti, ero un coglione.
Ma non era colpa mia. Forse guardavo troppa televisione. Forse era per via della mia educazione cattolica. Forse avrei dovuto fare più sport. Forse i miei genitori avrebbero dovuto tenere a freno certe mie inclinazioni allo spreco del mio tempo e delle mie energie. Forse erano le "cattive compagnie", non così cattive da condurmi sulla strada in eccitante declivio della perdizione e nemmeno così buone da indurmi a una vita sana e morigerata. Forse era colpa della guerra nel Golfo, appena cominciata, che aveva destabilizzato la mia coscienza "sverginando" la mia immaginazione all'idea di una guerra in cui il mio paese era coinvolto. Forse era colpa del crollo del blocco comunista. Forse era perchè facevo troppo poco sesso (e MAI in compagnia).

No. A ben pensarci, ero proprio un coglione di mio.

Mi innamoravo male di donne che mi ignoravano, mi illudevo di poter suscitare interesse esponendo i miei difetti (e inventandomene, addirittura) come un'attrazione di un patetico circo di provincia, scrivevo canzoni melense destinate a nessuno- per la mia totale assenza di talento e per la mia volontà di non tradire il mio pubblico immaginario - , avevo amicizie sbagliate, pochi soldi nel portafogli. Con quei soldi compravo le cassette originali. Ascoltavo musica terribile. Tipo i Simple Minds. Tipo i Queen. Tipo gli Inxs. Che dio mi perdoni.

Era la primavera del 1991. A mia parziale discolpa non erano ancora usciti "Ten" e "Nevermind". Ma, cazzo, quegli stati d'animo erano già nell'aria. La mia generazione - o almeno la parte più fieramente ottenebrata della mia generazione - aveva BISOGNO di urlare il proprio scontento e stava facendo le prove col sesso, la velocità, il dolore autoinflitto  E io mi stavo perdendo tutto.

La "maturità" anagrafica era un traguardo che intendevo superare in modo bislacco. Magari arrivandoci per ultimo, frenando la mia corsa, lasciando passare gli altri davanti per poi varcare la linea in maniera ridicola. Che ne so: camminando sulle mani, mostrando il culo al pubblico, voltando le spalle alla meta per procedere a ritroso negli ultimi passi imiando il moonwalking di Michael Jackson. Morendo stramazzato a un centimetro dalla linea bianca. Quest'ultima possibilità mi sembrava parecchio stimolante. Anche se difficilmente applicabile.

Per questa ragione, forse, cambiai cento volte idea prima di decidere come NON avrei festeggiato il mio compleanno.
Invitai numerose persone mesi prima, suggerendo loro di tenersi liberi per una settimana intera. Persone che ovviamente ignoravano il mio invito. Pensavo a bagordi memorabili. Poi a party riservatissimi. Poi a rituali pagani da me inventati a cagione dell'evento.

Poi cambiai idea.
Poi cambiai ancora idea.
Infine, cambiai idea.

Decisi che il mio diciottesimo compleanno non andava onorato. Che avrei dovuto fingere che non ci fosse. Dimenticare in fretta quel limite immaginario che la società mi aveva imposto per poter dire che ero "diventato grande".

Chiamai cinque amici, quella sera. Li invitai nella più squallida delle pizzerie possibili. Loro mi fecero uno dei regali più brutti e inutili di tutti i tempi (o meglio, almeno dal momento in cui tra gli esseri umani si è diffusa l'idea di dover offrire qualcosa in dono per celebrare una ricorrenza). Ci ubriacammo di birra e di un disgustoso intruglio rosastro spacciato per "vino frizzante dolce". Guardammo una partita in televisione. Una finale di una qualche coppa europea, credo. Poi vomitammo tutto, tutti quanti, appena usciti da quel posto tremendo. Stop.
Niente orge sfrenate. Niente iniziazioni rilevanti. Niente aneddoti memorabili. Niente passioni fulminanti e neppure istanti di estasi mistica. Nemmeno un avventura kerouac-iana su una strada provinciale.

Niente.

Se un giorno dovrò scrivere un romanzo e mi occorrerà raccontare per il protagonista quello che è uno dei giorni comunemente definiti "decisivi" nella vita di un uomo, dovrò prendere in prestito questa pagina da un'altra vita.
Il mio passaggio alla "maggiore età" fu un'esperienza esaltante e memorabile quanto una coda all'ufficio imposte per pagare la tassa sui rifiuti.

La verità era che quei diciotto anni arrivarono nel momento sbagliato. Forse giunsero troppo presto. Forse semplicemente non ero preparato.
Da quel momento, infatti, provai spesso l'ansia di dover recuperare il tempo perduto.
Scegliendo male, scegliendo troppo o non scegliendo affatto.
Pianificando il mio futuro così come avevo progettato quella "festa".
Lo testimoniano quattro cambi di facoltà, una quindicina di mestieri diversi, compagnie abbandonate troppo presto o troppo tardi, amori cominciati male e finiti senza apparente ragione.
Lo confermano i biglietti di sola andata mai sfruttati, i libri mai scritti, il mio disastroso estratto-conto in banca.
Volevo fare tutto. Credevo di farcela. Confidavo nella fortuna e nel mio diritto per nascita alla felicità, al potere, alla bellezza.
Come quando avevo solo un minuto.
Per questo arrivai con il fiatone a molti appuntamenti.
Mancandoli, talvolta.
O travolgendo tutto quello che incontravo per via dell'accelerazione irrefrenabile.
Talvolta ho amato male. Talvolta ho amato troppo. Talvolta troppo poco.
Talvolta ho deciso di fare la cosa più semplice, rinunciando a una carriera brillante, optando per il "male minore", evitando di schiacciare il bottone rosso, cercando di salvarmi innanzitutto, anche se da un pericolo sopravvalutato.
Talvolta ho sbagliato.
Può capitare. Credo vada calcolato in partenza il peso netto del valore dell'esistenza. Bisogna fare la tara, innanzitutto, sottraendo il tempo già vissuto e alleggerendo la "sostanza" del naturale logorio fisico.
Quel peso va quindi "sgocciolato" dal peso superfluo di ansie, paure, insicurezze. E dalla necessaria quantità di cazzate che si commettono. Le cazzate sono i conservanti che consentono a una vita di mantenere la stessa fragranza e lo stesso aroma, fino alla data di scadenza. (Che, per inciso, dev'essere scritta da qualche parte, forse sotto le palpebre).

Comunque, ho vissuto. Nell'unico modo possibile, credo.
E con grande impegno quotidiano, nei diciassette anni e trecentosessantaquattro giorni successivi a quel diciottesimo compleanno, ho imparato a riconoscere i miei limiti.
Ho cominciato a trovare una media ponderata tra il "tutto" che mi spettava nel mio primo minuto di vita e il "niente" che credevo di aver conseguito nei diciassette anni, trecentosessantaquattro giorni, ventitre ore e cinquantanove minuti successivi.  Il risultato è "qualcosa". Qualcosa di prezioso e di importante.

Qualcosa.

Sto riconsiderando le possibilità che ancora mi sono offerte dalla vita.
Non è come quando avevo un minuto.  
Finalmente, aggiungerei.
Ma adesso so, più o meno, quello che desidero.
E so di non essere il solo, a volerlo.
E ho un'idea, seppur vaga, di come conseguire e difendere quello che voglio.

Domani avrò trentasei anni.

Due volte diciassette anni, trecentosessantaquattro giorni, ventitre ore e cinquantanove minuti. Più un minuto.
E' vero: la vita offre sempre una seconda possibilità.
Me la sta offrendo in questi giorni, in queste ore.
Adesso.

Sta a me nobilitarla.
O trovare un modo degno per sprecarla, perlomeno.




permalink | inviato da mymojopin il 29/5/2009 alle 12:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 aprile 2009
QUELLO CHE HO SCRITTO SUL MIO PROFILO FACEBOOK PRIMA DI CANCELLARLO...
C'è qualcosa di perverso e pericoloso, in certi giochi.
Come Facebook.
L'approccio è innocente. "Ce l'hanno tutti", pensiamo. "E' un modo rapido ed economico per comunicare", ci dicono.
E scegliamo di aderire al gioco. Ci iscriviamo.
Ma poi ci ritroviamo a trascorrere ore intere della nostra giornata, nel tentativo di "comunicare" secondo i criteri imposti (non "offerti", come crediamo) da questo strumento.
E ci ritroviamo a trasmettere, più o meno consciamente, tonnellate di informazioni di noi, dei nostri gusti, delle nostre abitudini. E a riceverne altrettante.
Ne abbiamo davvero bisogno?
Citando quel genio di Corrado Guzzanti,"Con Internet abbiamo la possibilità di veicolare un numero enorme di informazioni in un microsecondo, la possibilità di comunicare in un istante con un aborigeno, dalla parte opposta del pianeta… Ma il problema è: Abborigeno, ma io e te… che cazzo se dovemo dì?”
Ora... con tutto il rispetto per gli aborigeni... credo che molti di quegli "aborigeni" siano fisicamente più vicini a noi e possano essere individuati nell'elenco degli "amici".
"Amici".
Gente che magari incontriamo per strada e non salutiamo. O della quale ignoriamo perfino il suono della voce o il colore degli occhi.
Così, ad ogni nuovo "add" eseguito automaticamente, sminuiamo il significato di un concetto come l'"amicizia", associandolo a un semplice elenco in cui un numero è l'illusoria rappresentazione della qualità e della quantità di un'apparente vita sociale.
Anche l'idea di usare Facebook per "cercare" o "ritrovare" persone con cui avevamo magari interrotto le relazioni è nella maggior parte dei casi un alibi morale (se avevamo interrotto i rapporti col compagno di banco delle medie, un motivo ci doveva pur essere...). Spesso tutto diventa un pretesto per "far numero".
Ma quanto ci cambia la vita, l'ingresso di nuovi "amici"?
Abbiamo una folla di rapporti "in costruzione".
Scegliamo rapidamente i potenziali partner sfogliando un campionario umano disponibile in rete. Diamo un rapido sguardo alle "info" e alle foto.
E poi ci sentiamo soli e tristi davanti a un monitor. E abbiamo la sensazione che il tempo reale ci stia sfuggendo. E la sera beviamo tanto, per dimenticare. E ci facciamo le foto con il bicchiere in mano. E seppure le nostre serate siano tutte uguali - e ce ne rendiamo conto sulla via del ritorno a casa - abbiamo bisogno di conservarne una traccia, un'immagine. E quelle foto le mettiamo su Facebook, dove anche i nostri "amici" fanno altrettanto. E nelle loro foto hanno il nostro stesso sguardo. E questo ci fa sentire un po' meno soli e tristi, all'indomani, davanti al monitor.
Ma quando arriva la sera, quel senso di insoddisfazione ritorna.
Se volessi sprecare un'altra citazione, trascriverei qui il testo di "Bevo", dei Ministri. Ma spero che la conosciate già. E che non siate tra quelli che hanno frainteso le parole della canzone.
Siamo insoddisfatti della nostra vita. Non ci basta. E ce ne inventiamo una parallela. Una vita fatta di facce in posa ritoccate al photoshop, di "gruppi" a cui aderire per sentirci parte di qualcosa (da "quelli che la annusano dopo averla fatta" a "quelli contrari alla pena di morte"...giuro che c'è chi ha aderito a entrambe a pochi minuti di distanza), di cause da sostenere (tanto basta un clic per comunicare al mondo i nostri valori...mica occorre impegnarsi seriamente), di cani da non usare come esche per gli squali e di gattini da non mettere nei vasi (è incredibile come certe leggende metropolitane si perpetuino di generazione in generazione).
Una vita in cui stazionare durante la parte più rilevante del nostro tempo. Quella che dovrebbe essere destinata alla costruzione di un presente, se non addirittura alla difficile progettazione di un arduo futuro (ci starebbero ancora bene i Ministri, con "Il futuro è una trappola" ma... se non sapete di cosa sto parlando, lasciate perdere la musica...non è affar vostro!!!).
Si vive nell'attesa che qualcosa ci restituisca uno stimolo. Talvolta basta una “notifica”. O prendere atto che a qualcuno "piace" il nostro status.
Ma ne abbiamo davvero bisogno?
Io no.
Ho un mondo fatto di relazioni reali, di persone che vedo e sento tutti i giorni, con le quali condivido emozioni, stati d'animo, opinioni.
Ho una compagna meravigliosa, dozzine di amici veri con cui ridere, piangere, incazzarmi. Ho perfino dei lettori, gente che apprezza il mio lavoro, che ha comprato i miei libri oppure ha letto i miei articoli. C' è qualcuno che mi "ammira", addirittura, per quello che ho fatto o per quello che sono.
E poi... nonostante i 35 anni sulle mie spalle, so che c'è ancora tutto un mondo di relazioni e occasioni che intendo scoprire e conoscere.
Senza mediazioni e senza banalizzazioni.
Senza, ad esempio, i "test".
Un modo terribile attraverso il quale cerchiamo di dire al "mondo" chi siamo e cosa vogliamo. Un tentativo disperato di attirare l'attenzione su qualcosa che fatichiamo, altrimenti, a comunicare. Ma della quale gran parte degli occasionali spettatori avrebbe fatto volentieri a meno.
Un modo mediato, parziale, brutale come ogni banalizzazione.
Sapere che la posizione del kamasutra preferito dalla fanciulla X è "alla brasiliana" (notoriamente, Vatsyayana conosceva il Brasile e le abitudini sessuali della sua popolazione, pur avendo scritto il suo libro oltre mille anni prima dei contatti con le civiltà latinoamericane) è, probabilmente un'informazione utile per qualche suo ammiratore (e poi ci si lamenta dello stalking...).
Così come sapere a quale dei sette nani ella assomigli, quale tipo di scarpa sarebbe se ella fosse una calzatura anzichè un essere umano, quale sia il segno zodiacale del suo uomo ideale, quanto ella - nata a Forlì o a Caltanissetta, non importa - sia napoletana, quanto odi Berlusconi, quale torta sarebbe (se esistesse un modo per rinascere come prodotto dolciario).
Ma quanti avrebbero voluto saperlo? A quanti era venuto in mente di chiederglielo?
E poi, se non bastasse, ci sono i fan club.
Mi chiedo, tra l'altro, perchè una persona sana di mente, un ipotetico signor Y possa diventare "fan" del "ti faccio uno squillo e scendi" o di una particolare marca di acqua minerale. E ovviamente debba avvertire il dovere morale di metterne a parte tutti i suoi conoscenti "virtuali".
Ma sarò io, quello "fuori dal mondo".
Così, dopo aver riflettuto seriamente sull'uso e sull'abuso di questo mezzo ho deciso di riprendermi un piccolo pezzo della mia privacy e di lasciare pietosamente a ciascuno l'opportunità di condividere la propria con chi gli pare. Ma non con me.
Forse "mi perdo qualcosa". Forse mi lascerò doppiare di un giro dai tempi che corrono.
Ma tutto questo non è essenziale per la qualità della mia vita e delle mie relazioni.
Prendere atto che il giovanotto Z alle 10:38 ha aderito a un lutto nazionale listando la sua pagina con un fiocco nero e alle 10:40 ha visionato e voluto condividere uno spezzone di un film in cui Alvaro Vitali spegne una candela con una scorreggia mi pare un segnale importante per cogliere l'essenza del mondo che ci stiamo costruendo attorno inconsapevolmente.
Un mondo in cui la superficialità e l'impegno tendono a diventare una pappetta uniforme e insapore.
Fateci caso: in qualsiasi conversazione, ormai, si finisce presto o tardi per parlarne. La parola "feisbucc" è tra quelle che echeggiano più di frequente quando si è seduti in un locale.
Un mondo di chiacchiere in cui la "partecipazione" è pura illusione. Autoreferenziale, come questa mia esternazione, in fondo.
Anche in questi giorni drammatici ho potuto scorgere qua e là buone intenzioni, il desiderio di fare cronaca sul posto, il desiderio di essere utili in qualche modo a una "giusta causa".
Ma anche quantità spropositate di polemiche sterili, opinioni prescindibili, false informazioni e un autentico corto circuito che sortisce effetti tragicomici (urge sangue...no, urge latte, no... servono contanti... no, c'è bisogno di volontari... contrordine... restate a casa... no... c'è bisogno di nuovo di latte...).

Facebook non serve. Non a me.
In virtù di questo, cancello il mio profilo.

Magari questo sfogo contribuirà a rendermi ulteriormente antipatico a qualcuno dei miei "amici di Facebook" . Magari gran parte degli "amici di facebook" non ci farà nemmeno caso.
Sti cazzi. Correrò il rischio.
Mi riprendo un piccolo pezzo del mio tempo e della mia vita. Quei venti-trenta minuti quotidiani che posso destinare a cose più utili. Magari spegnendo semplicemente il monitor e riposando la vista. Magari telefonando a un amico. Magari leggendo qualche pagina di un libro fatto di carta, inchiostro e fatica. Magari non facendo nulla.

Chi vuole davvero, saprà come e dove trovarmi. Al limite, se lo ritiene opportuno, faticherà un po' per cercarmi ma sarà adeguatamente ricompensato.

Chi fa parte della mia vita... beh...c'è già.

Nel caso, mi farò sentire io.

Statemi bene tutti, "amici".



permalink | inviato da mymojopin il 10/4/2009 alle 20:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
musica
26 marzo 2009
CHILD OF VISION

Ci sono dischi che ascolto, ogni tanto, e che mi rievocano sensazioni impossibili da giustificare, se non chiudendo gli occhi e lasciando andare la mente là dove i suoni la conducono.
"Breakfast in America" dei Supertramp è uno di quelli. Non è uno dei miei dischi preferiti, ma ritorna ciclicamente nei miei ascolti di un pomeriggio. Spesso, di un bel pomeriggio di primavera.
Il suono del Wurlitzer, i cori in falsetto, il suono caldo dell'armonica e del sax, l'aria che sembra attraversare certe melodie come una corrente calda, mi fanno pensare a un mondo soltanto immaginato, che pure mi appartiene, da sempre. Dall'anno in cui uscì fino a quando, parecchi anni dopo, io scoprì questo vinile negli archivi della mia prima radio.

Oggi quel disco è tornato a farsi sentire. Per quello che potrebbe sembrare un caso.
Ed è successo ancora...
 

...


Facevo la prima elementare, quando scoprì l'America.
La mia America.
La scoprì dentro la mia prima tivù a colori, nel giallino della terra riarsa ai bordi delle infinite highways, in quel mondo che sembrava avvolto da nubi di polvere d'oro. Era il tono cromatico dominante di un mondo in Technicolor dove ogni cosa aveva dimensioni e forme e colori differenti, rispetto a quello che avevo visto fino al giorno prima. 
Non solo per via del bianco e nero della vecchia tivù.
Nella mia America era sempre mattina, non pioveva mai, c'era sempre un sole enorme che colava sulle storie una luce decisa e un senso di tepore che rendeva ogni cosa più vera.
Anche quegli uomini dentro lo schermo.
Gli americani erano invincibili, quasi sempre biondi, vestivano con camicie dai colori esagerati eppure rassicuranti, come il lieto fine alla fine di ogni puntata di qualunque telefilm o film poliziesco che si rispetti.
Non sapevo nemmeno, fino a quel momento, dell'esistenza in America di uomini negri (che ancora, nel 1979, si chiamavano così, nel doppiaggio e nel linguaggio comune). 
Scoprì quella gente strana indossare abiti civili (e non quei costumi ridicoli delle tribù africane nei documentari) soltanto con la tivù a colori.
I negri si vedevano poco, in quella mia America; recitavano ruoli secondari, erano quasi sempre servi o camerieri. E quando non rispondevano "si, padrone" o non lucidavano i pavimenti, facevano tuttalpiù i cattivi. Cattivi ignoranti e spietati. Destinati al fallimento.
Nella mia America la differenza tra buoni e cattivi era data semplicemente dal fatto che i primi sparavano meglio dei secondi. E sparavano meglio dopo aver subito un torto o assistito a un'ingiustizia.
Nella mia America, spesso qualcuno diceva "tutto è bene quel che finisce bene".
Lo ripetevano spesso i padri di famiglia con otto figli e le giacche con le toppe di camoscio sui gomiti, i poliziotti senza divisa con le giacche di pelle marrone e gli occhiali da sole, i boscaioli dai principi saldi come radici di sequoie.
Quegli eroi erano figli di altri uomini in bianco e nero, che avevo visto anche io, quand'ero ancora più piccolo: eroi che ancora andavano a cavallo e sconfiggevano malfattori e soprattutto indiani.
Non quelli che vivevano in oriente.
Quelli nati lì, in America, che erano indiani per uno sbaglio. Un loro sbaglio.
Io conoscevo la differenza tra i due tipi di indiani. 
Prima ancora di cominciare la prima elementare, sapevo già leggere e scrivere e conoscevo le bandiere e le capitali di tante nazioni.
Sapevo dov'era l'India, la Cina, Hong Kong e il Giappone.
Avevo anche sentito parlare del Vietnam, di sfuggita, ma doveva essere uno stato piccolo e non ricordavo nemmeno se avesse o meno una bandiera.
Ma "tutto è bene quel che finisce bene".
(Anche una guerra di cui avrei saputo soltanto molti anni dopo, in altri film in cui quella stessa America sarebbe mutata radicalmente, immersa dentro il marrone moribondo del fango mentre uomini e case e macchine erano travolti da piogge torrenziali, rovesciate sulla terra da cieli squarciati senza pietà).
 
E la mia America, in prima elementare, era veloce e inarrestabile, affascinante come le macchine arancioni che sfrecciavano sulle sue strade, come la mia Ford Capri in scala 1/43 della Matchbox. Indubbiamente, il mio modellino preferito.
La mia America odorava di giocattoli nuovi: quelli che arrivavano, con le gomme da masticare Juicy Fruit, ad ogni ritorno di qualche parente emigrato oltreoceano. Ma anche quelli acquistati al negozietto sotto casa.
Perchè l'America, nei discorsi dei grandi, era sempre un sogno realizzato, un obiettivo da raggiungere, il massimo cui un uomo potesse aspirare.
Big Jim era americano, come l'orologio al quarzo di papà, come le moto da corsa, come i jeans Roy Rogers, come i grandi campioni dell'atletica leggera.
Almeno, così credevo.
In fondo, non era importante, tradurre quel "Made in...." scritto da qualche parte, sui prodotti che amavo. Mi bastava pensare che quel "Made in" fosse scritto nella lingua degli americani, per credere che fosse merito loro.
E poi, la mia America aveva il sapore della Coca Cola: quella che bevevo d'estate, versata con parsimonia dalla bottiglia di vetro da un litro - vuoto a rendere - era la stessa che bevevano i ragazzi dentro i bar americani, là dove c'era sempre un juke box acceso che suonava rock'n'roll e tutti sorridevano. Tutti erano felici mentre mangiavano enormi bicchieri di gelati rosa e non prendevano mai il raffreddore, l'orticaria, la diarrea.
In America stavano tutti bene. E se qualcuno si ammalava, guariva prima della fine della storia.
E non esistevano "addii". Ci si dava l'arrivederci al giorno dopo, al prossimo sogno, provando un senso sottile di nostalgia che sarebbe presto stato cancellato dall'idea dell'inizio di una nuova avventura.
Nella mia America la gente viaggiava sempre, da una costa all'altra, con tutti i mezzi.
Ma soprattutto in aereo.
Avrei potuto raggiungerla soltanto in volo.
E ogni volta che sentivo un rombo provenire dal cielo, in quell'epoca in cui ancora si potevano distinguere i canti degli uccelli, le grida dai mercati, il suono di una canzone proveniente da una casa con la radio accesa e le finestre aperte, io sentivo l'aria scuotersi, colmarsi di America. Io pensavo che un giorno ci sarei stato, su un aereo. Naturalmente, per andare in America. E pensavo che dall'aereo avrei ammirato lo skyline di New York dal finestrino.  E mi sarei sentito a casa, fin dal primo istante. E avrei incontrato gente sorridente, pronta ad accogliermi, a offrirmi un gelato rosa o un succo di frutta giallo. Avrei parlato con tutti, ricevendo risposte entusiaste, nella mia stessa lingua. Avrei fatto un giro su una Ford Capri arancione di dimensioni reali.
Magari avrei assistito anche all'inseguimento di qualche pericoloso criminale, applaudendo, alla fine, alla vittoria dei buoni e dei giusti.

Per qualche istante provavo un senso sottile di frustrazione, confrontando la mia realtà con quel mondo in cui tutto sembrava più grande.
Sognavo di guardare dal basso verso l'alto e di sentirmi grande quanto un grattacielo.
La mia America era, se possibile, più lontana e irraggiungibile di quella che stava al di là dell'Oceano sul mappamondo.
Eppure era lì, a portata di mano, come tutti i sogni di un bambino di sei anni.
E nella mia fantasia di bambino era un luogo verosimile, con contorni definiti, realmente esistente, al di là degli inevitabili anacronismi, delle necessarie caratterizzazioni e delle sovrastrutture determinate dalle sceneggiature.

Da allora ho scoperto tante volte l'America.
Ma nessun'altra è stata così "mia".


When i was young it seemed that life was so wonderful, a miracle, oh it was beautiful, magical...

Scritto in tempo reale e senza revisione durante l'ascolto di: Supertramp, "Breakfast in America" (A&M - Universal, 1979 )


PS: Poco prima di cominciare a scrivere questa "paginetta", dopo aver effettuato una rapida ricerca su "Breakfast in America" per inserire i dati corretti del disco, ho fatto una scoperta che non mi ha sorpreso. Quel disco uscì esattamente trent'anni fa. Il 27 marzo 1979. Chissà se anche i Supertramp avevano una Ford Capri.



permalink | inviato da mymojopin il 26/3/2009 alle 19:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
letteratura
24 marzo 2009
POST-IT
...ma tutto cambiò, quando Lola osservò quel quadrato giallo staccarsi dagli altri, volteggiare come una foglia dalla simmetria perfetta, sottrarsi dalla propaggine cui era destinato, smettere di essere una delle tante urgenze da rinviare: l'ultima in ordine di tempo.
Tutto cambiò, quando Lola vide cadere sul pavimento le ultime parole che aveva scritto su un post-it piantato in ordine progressivo su una cornice di altri pezzi di carta che adornavano il display del suo computer. Doveva esserci scritto qualcosa di urgente e di improcrastinabile. Uno dei tanti moniti che le ricordavano che esistere è una facoltà, sorretta dal telaio fitto di "cose da fare", di doveri, di appuntamenti da prendere, di parole e numeri e nomi e date da ricordare. Anzi: da appuntare su un post-it.
Lola non riusciva a tenere il conto e, piuttosto che ricorrere ad agende elettroniche o altre diavolerie digitali, si affidava ai post-it. Perchè le permettevano, perlomeno, di lasciare una traccia di sè, con la punta della sua staedtler hb (e Lola amava il rumore della grafite che si consumava sulla carta... il suono di un'anima destinata al logorio produttivo, a una morte tanto lenta quanto utile).

Aveva la consuetudine di disporli in senso orario, uno accanto all'altro. Ma talvolta dimenticava di rimuoverli. Talora le accadeva di dimenticarne l'esistenza. E così, attorno al suo monitor si disegnavano spirali del suo futuro prossimo che diventava presente e poi passato, permanendo dinanzi ai suoi occhi, in un ordine cronologico definito dal colore paglierino, via via più denso, di quei quadrati gialli.

Quando vide il suo ultimo post-it per terra, avvertì il senso soverchiante di impotenza dinanzi a una vita intera che precipitava all'improvviso: non era la danza di un pezzo di carta sospinto dalle correnti artificiali di un condizionatore. Era lo schianto di tutto il suo tempo provvisorio contro il sempiterno nucleo di metallo incandescente al centro della terra. Era il suo tempo, era la sua vita.

Improvvisamente le vennero a mancare le forze, al punto da non riuscire a chinarsi per raccogliere quel post-it.
Non sapeva più cosa fare.
In tutti i sensi.
Provò a ricordare, ma le sue sinapsi si rifiutarono di assecondare la sua volontà e le sue velleità.
Erano distratte, impegnate a elaborare complesse relazioni geometriche tra i quattro lati del foglio, la mattonella su cui era caduto, le dimensioni perimetrali della stanza, la pianta del suo appartamento, le dimensioni del suo edificio, l'ampiezza del suo isolato, i confini del suo quartiere.
Lola aveva perso le misure della realtà. Ma ne riconosceva le geometrie.
Tutto era quadrangolare, regolare, definito da angoli retti.
Non le tornò molto utile, levare lo sguardo verso lo schermo. Altri quadrilateri gialli erano distribuiti regolarmente lungo quel frame rettangolare che definiva il suo monitor, virtualmente inscritto nella parete rettangolare della stanza. E così via.
Provò a leggere i post-it immediatamente precedenti, per tracciare una linea cronologica, ma le informazioni che riusciva a trarne erano incongruenti, illogiche, inutili.
Numeri di telefono di persone di cui non ricordava il volto, appuntamenti per impegni che non aveva mai preso, perfino frasi rubate ai libri (oppure erano canzoni, oppure film, oppure era stata lei stessa a pronunciarle per la prima volta?) che, improvvisamente, le apparivano prive di qualsiasi significato.
Era smarrita e terrorizzata.
Era dentro la sua stanza. Ed era aliena a sè.
Provò a scuotersi, a riprendere il contatto con la sua realtà.
Non dovette andare molto lontano. Violentando l'istinto di quegli istanti, fissò le fotografie rettangolari incorniciate sulla parete dinanzi a sè. E cercò di trattenere lo sguardo e le elaborazioni di informazioni del suo cervello entro i limiti definiti dal formato 15x10.
Riusciva a malapena a riconoscere sè, in quelle immagini.
Lo faceva attraverso dettagli apparentemente insignificanti: l'Invicta verde e arancio fluorescente che l'aveva accompagnata negli anni del suo liceo, anche in quella strana città in cui era stata immortalata assieme ad altri suoi coetanei sorridenti, quella canotta di seta grigia con le sue iniziali che qualcuno doveva averle regalato per un'occasione speciale - probabilmente quella stessa persona che la stringeva forte in quella foto, provocando nella sua espressione un senso ineludibile di disagio che scalfiva l'apparente felicità del soggetto -, gli occhiali dalla vistosa montatura rossa attraverso i quali si era spesso sforzata di osservare il mondo e di nascondersi agli sguardi altrui, le Converse in tela viola, apparentemente insignificanti e comuni che - per qualche oscura ragione - aveva riconosciuto più facilmente di quella donna che sorrideva accanto a lei in quella fotografia e della quale Lola riusciva a fatica a riconoscere il ruolo sociale e la funzione affettiva di madre.  
Lola provò un senso di spossatezza incomprensibile, dopo aver osservato quelle fotografie sul muro.
Provò a ricorrere al suo passato recente, sfogliando le centinaia di fotografie digitali scattate nel periodo più recente della sua vita e custodite in una cartella rettangolare dentro quel display.
Una cartella chiamata "Io e il mio mondo".
Ma la ricerca fu infruttuosa. Anzi, frustrante.
Lola non riusciva a ricostruire granchè, della sua esistenza.
I volti dei soggetti ritratti in quelle immagini si sovrapponevano in espressioni di indefinito godimento e ingiustificata euforia.
Tutti parevano felici, in qualche modo, in quelle fotografie.
Eppure, la sua vita non le sembrava diventata più interessante, rispetto ai tempi dell'Invicta verde e arancio fluorescente.
Se le tracce di quell'epoca persistevano su un muro attraverso una dozzina di immagini, quelle del suo tempo più recente, seppure fossero assai più numerose, non le dicevano nulla. Nulla.
Provò, allora, a rievocare i ricordi attraverso qualcosa che ricordava di amare.
La musica.
Cercò tra i suoi dischi di vinile. Provò a contarli. Erano poco più di cinquanta. E le inviavano flebili segnali di aderenza con la sua realtà.
Ne ritrovò uno con la copertina gialla, come quei post-it.
Sulla copertina c'era un uomo addormentato su una panchina. E attorno a lui gente che sembrava voler richiamare la sua attenzione, entrare con forza dentro il suo mondo, imporre la sua presenza.
Quell'uomo era indifferente, disteso a faccia in giù, con gli occhi che fissavano pavimento, immerso beatamente in quel quadrato color giallo post-it.
Provò a leggere il titolo... a fatica riuscì a decodificare quei segni sul cartoncino. "Selling england by the pound".
Ricordava a malapena come fare funzionare quell'aggeggio per far suonare i dischi.
Infatti, fece cadere con troppa violenza la puntina sul vinile, provocando un piccolo boato, poi uno stridio e quindi l'inizio della musica, da un punto più o meno casuale del disco:

"But i remebered a voice from the past;
"gambling only pays when you're winning"
- i had to thank old miss Mort for schooling a failure.
Keep them mowing blades sharp..."

Quel suono, quelle parole, rievocavano qualcosa. Nulla che fosse, tuttavia, nitido abbastanza da poter essere definito un ricordo, una traccia del suo passato fino al momento della caduta di quel post-it.
Cercò dentro un altro oggetto inanimato, bianco e rettangolare, che aveva sulla sua scrivania e a cui erano attaccati degli auricolari. Li infilò nelle orecchie e guardò dentro un file chiamato "la mia musica". C'erano migliaia di titoli e di nomi. Ma non riusciva a riconoscerne nemmeno uno.
Schegge di melodia parevano farsi riconoscere, destarla dall'inanità emotiva per pochi istanti. Ma poi quelle migliaia di canzoni le parevano tutte uguali e tornavano ad essere parte di una massa indefinita e sempre più fastidiosa di frequenze sonore.
Aveva bisogno di arrestare il frastuono dentro la sua mente.

Provò a ricordare i nomi delle persone che facevano parte della sua esistenza e che affollavano le sue fotografie.
Cercò sul suo corpo le tracce del passaggio di baci, carezze, ferite.
Avvertì qualcosa.
Riusciva a distinguerne i contorni, ma nessuno di quei segni era dotato di quell'indelebilità necessaria per consegnare quei baci, quelle carezze, quelle ferite all'eternità.
Quante persone aveva incontrato? Quante di esse erano state meritevoli di un sentimento qualunque? Quante l'avevano conosciuta?
Per aiutarsi nell'impresa, provò a consultare il suo telefono.
Un altro rettangolo di plastica, contenente un display più piccolo e quadrangolare e una serie di tasti, sempre più minuscoli e rettangolari.
Ma non riconosceva quei numeri e non capiva come fare, per consultare l'elenco delle persone che, almeno una volta nella vita, le avevano rivolto la parola attraverso quell'oggetto.
Allora confidò nel significato dei colori e schiacciò il tasto verde, più per istinto che per reale consapevolezza, e poi avvicinò quell'apparecchio al suo orecchio destro.
Rispose una voce dall'altra parte. Una voce maschile.
"Pronto, Lola?"
"..."
"Lola, sei tu? Che succede"
"..."
"Lolaaa... forse non c'è campo...aspetta, ti richiamo. Vuoi che ti richiami io?"
"..."
La comunicazione fu interrotta. Era già interrotta.
Lola aveva riconosciuto quella voce. Era la voce di qualcuno che forse amava o perlomeno aveva amato.
E aveva provato un brivido, esatto come una rasoiata nell'anima, quando l'aveva associata a un odore, a un'immagine, ai sensi.
Ma non era stata capace di dire nulla.
Non era in grado di formulare una richiesta di aiuto, una parola d'affetto, una testimonianza della persistenza di quella persona nei suoi pensieri, il bisogno di essere ascoltata.
Aveva avuto, fino a pochi istanti prima, un lessico ricco e adeguato, capacità innate di tradurre in segni e fonemi i suoi pensieri, doti di comunicazione che nascevano dall'urgenza di liberare la propria coscienza, prima ancora che di suscitare l'attenzione dell'altro.
Eppure, era rimasta in silenzio.

Lola non aveva improvvisamente perduto la facoltà della parola.
Aveva soltanto troppe cose a cui pensare.
Era questa, la verità.
Troppi post-it sul suo monitor, troppe immagini da decodificare, troppe canzoni dentro la memoria, troppe parole per esprimere i propri sentimenti.

Ed era giunto il momento di disimparare.
Disimparare.
Per sopravvivere. Per trovare nuove parole da pronunciare, per rendere giustizia di ciascun nome, ciascun numero, ciascuna parola da scrivere ed eventualmente da ricordare. Per dare un senso all'amore, all'odio, al desiderio di conoscere e al bisogno di dimenticare.

Il telefono cominciò a vibrare sulla sua scrivania.
Doveva essere la stessa persona cui lei aveva chiamato pochi minuti prima.
Non sapendo cosa rispondere, lo lasciò vibrare. Per minuti, ore, giorni.
Nell'ottobre del 2007 Lola si sottopose a una terapia sperimentale, da lei stessa elaborata, per ridurre l'impatto dell'esperienza quotidiana sui sensi.
Cominciò disintegrando ogni struttura preesistente. Annientando definitivamente quel caos con la scelta di non assimilare ulteriori nozioni finchè non sarebbe stata in grado di scegliere.
Guardava per ore lo schermo spento, riuscendo a scorgere, sempre più distintamente, il riflesso della sua immagine all'interno di quel nero opaco.
Ascoltava con i suoi auricolari il suo lettore in perenne standby, per dare un senso di vita al silenzio.
Pronunciava lentamente parole singole, cercando di restituire loro un significato primitivo.
Chiamava le cose per nome, ad alta voce, incurante del fatto che qualcuno potesse ascoltarla.
Giorno per giorno, dopo avere disimparato, dava principio a una nuova fase del suo apprendimento.
Si riappropriò del tempo, dei pensieri, delle emozioni, dei ricordi necessari.
Ricominciò ad ascoltare la musica, partendo da quei dischi rotondi di vinile.
Riconobbe, una dopo l'altra, le facce in quelle vecchie fotografie, i luoghi e gli istanti in cui erano state scattate, colse emozioni, più o meno verosimili, nei gesti e nelle espressioni di quelle persone.
Staccò i post-it dal suo monitor, quelli che avevano segnato per anni le "cose da fare", le priorità e le scadenze.
E li cestinò tutti, senza aver bisogno di verificarne il contenuto.

Era una mattina di febbraio del 2008, quando Lola decise di rispondere a quel telefono che ancora, ogni tanto, vibrava sulla sua scrivania.
Ad accoglierla era la solita voce che aveva lasciato sospesa a un'attesa indefinita e muta alcuni mesi prima.
Questa volta, Lola rispose.
Era la prima volta, dopo mesi, che comunicava con qualcuno. Utilizzò poche parole e frasi brevi. Rendendosi conto, mentre le pronunciava, che erano tra le più preziose e importanti che aveva imparato in tutta la sua vite: parole e frasi che spesso si rendono e si fruiscono con troppa superficialità. Riappropriandosi definitivamente del loro significato.

"Si"
"Sono io"
"Mi dispiace"
"Io sto bene"
"E' vero"
"Come stai?"
"Io sono felice"
"Hai ragione"
"Ti capisco"
"Ti voglio bene"
"Lo prometto"
"Grazie".

In quella che le parve la prima conversazione della sua vita, ritrovò tutte le parole che credeva di aver smarrito.
E mentre pronunciava il suo ultimo "Grazie", abbassò lo sguardo e scorse sul pavimento quel post-it che aveva visto precipitare con tutti i suoi ricordi.
Non ne lesse neppure il contenuto, accartocciò il quadrato di carta e a passi decisi si avviò verso la finestra.
Si affacciò.
Il mattino era pieno di vita, di voci, di odori.
Inspirò beatamente l'aria del giorno appena cominciato.
Spalancò gli occhi su quel mondo che pareva attendere solo un suo cenno per arrestare o invertire il suo movimento.
Gettò quel pezzo di carta nel traffico.
Lo vide abbattersi come un meteorite contro la crosta della terra, provocare una crepa profonda sulla superficie, generare un sisma che lei sola potè percepire.


 

 



permalink | inviato da mymojopin il 24/3/2009 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 febbraio 2009
IO MI FACCIO PAURA - POST A TEMPO...
Allora...
Succede che dopo un lungo periodo di inattività mi torni la voglia e l'ispirazione per scrivere.
Succede che ne venga fuori un racconto - ancora in fase di scrittura - con sei personaggi, ispirato all'attualità.
Succede che il racconto sia intitolato "La moda dello stupro".
Succede che io delinei nei primi tre paragrafi, i tre personaggi principali.
Succede che uno dei tre abbia i connotati del "cattivo" presunto, nel corso di svolgimento della narrazione.
Succede che il crimine commesso sia, come espresso dal titolo, la violenza carnale.
Succede che per identificarlo io utilizzi un dettaglio fisico PRECISO.
Succede che io decida di non pubblicare il racconto "a puntate" su blog, seppure i primi tre personaggi rappresentino, di per sè, dei piccoli racconti a sè stanti.
Succede che ieri pomeriggio io decida di far leggere la prima parte del racconto a una mia amica insopportabilmente attenta ai dettagli.
Succede che poi succedono delle cose.
Succede che al mattino io ascolti alla radio la notizia dell'arresto di un uomo.
Dello stupratore presunto.
Succede che io, in tutto questo, abbia un principio di infarto.
Perchè il dettaglio fisico connotativo del mio personaggio di fantasia coincide con quello che ha permesso alla polizia di riconoscere il criminale.

Succede, infatti, che il protagonista del mio racconto ha la mano destra priva di tre dita.
E succede che all'uomo arrestato e accusato del reato ne mancano quattro.
 
Più tardi, se ne avrò il coraggio, pubblicherò la prima parte del racconto.
Ma so già che ormai la realtà è andata oltre la mia fantasia.
E la cosa mi fa gelare il sangue nelle vene.


Se non credete a me, chiedete pure a Sushiko: www.myspace.com/adesushiko.
 
E' lei, l' amica insopportabilmente attenta ai dettagli che ha letto le pagine di cronaca di stamane in anteprima di mezza giornata.

E io, quello che ha scritto una storia. Almeno credo.



permalink | inviato da mymojopin il 18/2/2009 alle 13:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
letteratura
21 gennaio 2009
Concerto per respiro umano, mare e silenzio.

Concerto per respiro umano, mare e silenzio.

La tenevo tra le braccia.
Il mare di gennaio schiumava brama e furore e poi rideva nella risacca. Il buio oltre l'orizzonte era così denso da rendere quella linea retta quasi tangibile.
Le indicai l'orizzonte: "Posso prenderlo per te o spostarlo ancora più lontano..."
"Cosa vuol dire?"
"Ti sto offrendo un'idea di quello che chiamo eternità in cambio di un altro istante accanto a me..."
Volle entrambe le cose. Non avrei mai potuto, voluto, saputo negargliele.
...
La luna dominava una parte di cielo.
Il resto era pioggia trattenuta a fatica dalle nuvole per un imperscrutabile disegno divino o per la mia ferrea volontà di non infrangere la perfezione di quell'attimo.
Mi guardò dentro l'anima, passando attraverso gli occhi.
Sorrise con la consueta, disarmante dolcezza.
E poi, mi domandò: "Perchè?".  
Provai a eludere una risposta. La baciai e poi cercai ancora di strapparle un sorriso. Troppo facile.
Avrei potuto nutrirmi per tutta l'eternità immaginabile, di quel sorriso.
E vivere di rendita su quella domanda, spostando più lontano quella risposta, come la linea dell'orizzonte.
Accarezzai la sua guancia destra, avendo cura di accompagnare un brivido suo che sentivo sul palmo della mia mano.
E non dissi nulla.
Respiravo.
Respirava.
C'era ancora il mare dinanzi a noi. Ma il suo impeto diventò silenzio, sovrastato dal suono di labbra contro labbra, di ciglia contro ciglia, di vita contro vita.
Era armonia, ritmo, poesia.
Era musica.
Il sublime frastuono di due anime che si cercano e si trovano, dentro l'istante che hanno atteso per mille e mille anni, almeno.
Non le dissi una parola.
Non ce n'era più bisogno.
Avevo trovato una risposta a quel perchè.
Si addormentò, quella notte, tra le mie braccia. Per la prima volta. Era come se fosse vissuta lì da sempre.
Vegliai su di lei e scoprì sul suo volto espressioni di pura beatitudine. La mia, beatitudine.
Fu un attimo prima dell'alba che scrissi quella risposta su un foglio di carta...
"Perchè sei arrivata in una sera di dicembre, nella mia prima vigilia di Natale senza una favola da raccontare. Perchè con voce e occhi di bambina mi hai chiesto di raccontarti una favola e da quella notte è ancora Natale. Perchè le storie che prendono forma con le mie parole diventano vive dentro il tuo sguardo. Perchè il tono della tua risata è vento caldo nel bel mezzo di un gelido inverno. Perchè questa è la stagione migliore. Perchè se sei arrivata soltanto adesso vuol dire che non è mai stato troppo presto o troppo tardi. Perchè ti ho meritata, ti merito, voglio meritarti. Perchè non sento il bisogno d'essere altro che me, tra le tue braccia. Perchè non mi chiedi altro che questo. E poi mi chiedi un altro bacio. Per le mani che coincidono, per le emozioni che si intrecciano diventando una cosa sola. Per la meraviglia che ancora riesco a provare. Per tutte le volte che, ancora, la vita ci sorprenderà, felici e insieme. Perchè quella sera mi hai lasciato cantare una canzone dei Pearl Jam che era sul cd delle tue preferite. Per tutte le volte che mi chiederai di non smettere, anche se sbaglio il tono o le parole. Per tutte le volte che mi chiederai di non smettere, in generale. Per "Freelove", "All i need" e "Playground Love". Per tutta la musica che ascolteremo, inventeremo, diventeremo. Perchè con un taglio di luce che ti irradia il viso assomigli a quell'attrice lì. Perchè da quando esisti, per me nulla ha più senso del presente. Perchè da quando esisti per me, nulla ha più senso del presente. Perchè da quando esisti, tutto ha un senso. E sa di te. Perchè a pensarci bene, forse esisti da sempre per me. Per tutti i "viceversa" che vuoi. Perchè "anche io". Perchè "anche tu". Perchè non ho paura di prometterti la gioia. Perchè non ho paura di stringerti più forte. Perchè il cuore esulta in petto quando vieni a cercare il suo battito e pare riconoscere la tua anima al contatto. Perchè domani ti porterò lontano. Perchè domani sta già cominciando. Per i sogni che voglio raccontarti al risveglio, per i sogni che mi racconterai. Per tutte le volte che avremo nello stesso istante lo stesso pensiero. Per i giorni che ci spettano. Per le notti che ci aspettano. Per i vizi che diventano virtù, perchè quello che ci unisce passa anche attraverso ciò che ci rende differenti. Perchè riconoscersi è già appartenersi. Per tutta la consapevolezza che è arrivata con un sussulto improvviso. Perchè forse non me l'aspettavo. Perchè  hai creduto soltanto a quello che ti dicevano i miei occhi, prima di lasciarti prendere per mano. Per la fiducia, la fede, la fedeltà. Perchè hai trasformato ogni mio gesto in verità. Perchè prima di te non ho quasi mai detto "sempre", e ho quasi sempre detto "mai". Perchè con te non ha senso dire 'quasi'. Per tutte le mie presunte certezze che svaniscono con la tua carezza. Per il tuo profumo buono e il tuo sapore delizioso. Perchè ho voglia di essere un uomo migliore. Per te. Per mille e mille e mille altre ragioni che ancora non conosco e non ho fretta di scoprire. E per un'altra che conosco bene. E che ti dirò quando mi chiederai di prenderti l'orizzonte...".

Affidai le mie parole a una bottiglia.
La lasciai cadere dentro quello stesso mare, su quella stessa onda che per tutta la notte aveva invano accarezzato e percosso il nostro silenzio.
La guardai mentre si allontanava, dentro la corrente, fino a dissolversi nella deriva, sul limite estremo tra cielo e mare.
Fino a diventare parte di quell'orizzonte.
Fino a che quella risposta non divenne parte di quell'eternità.




permalink | inviato da mymojopin il 21/1/2009 alle 17:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
31 dicembre 2008
Participio futuro...

Participio futuro...

Tra poche ore finisce l'anno numero otto.
Si scioglie il nodo che strozzava la linea continua, si vanifica, dopo un ciclo quasi regolare di 366 giorni, l'illusione di un infinito capovolto, le due circonferenze quasi perfette unite in un punto si sciolgono, i due universi tangenti si separano allo scoccare della mezzanotte.
Si entra nell'anno nove del terzo millennio.
E, come sempre, è necessario fare una specie di bilancio.

Magari approfittando del secondo in più di cui beneficieremo in quest'anno, imposto dagli orologi atomici per riallineare l'idea diffusa di tempo (e la sua fallibile misurazione con strumenti creati dalla mano umana) a uno standard riconosciuto dalle macchine.

Io li faccio, i bilanci.
Metto da una parte le cose da salvare e dall'altra le scorie da smaltire, riazzero i contatori a mezzanotte.

Però sento di poter affermare, senza il rischio di smentirmi all'ultimo istante, che il 2008 è stato un anno assai positivo:mi ha regalato nuovi incontri, esperienze irripetibili, notti indimenticabili.

Piuttosto che tenere una contabilità fatta di baci dati, di doni ricevuti, di canzoni ascoltate, di bonifici accreditati e copie vendute, di dischi ascoltati, di giorni di sole e di pioggia, di chilometri percorsi, quest'anno credo di avere soprattutto istanti da conservare.

Istanti.

Per la loro stessa natura volatili, brevi, probabilmente destinati a confondersi, prima o poi, come i nomi che non ricordo, i compleanni che non celebro adeguatamente, come le prime e le ultime volte.

Ho amato tanto. Ho sorriso spesso. Credo di aver provocato più gioia che dolore nel prossimo. Mi sono procurato qualche beneficio, talvolta meritandolo, ho liberato nella giusta direzione quel po' di rabbia che ho accumulato, non ho pianto nemmeno quest'anno, ma una sera ci sono andato vicino. E con me c'era qualcuno che forse quel pianto lo avrebbe condiviso.

Non mi sono annoiato quasi mai.

Conservo una serie di istantanee che mi dicono chi sono, chi sono stato, cosa ha dato un senso al mio tempo.
In quelle istantanee ci sono altri volti, persone felici, spesso più di quanto io non sia riuscito a essere.
Credo, tutto sommato, di aver dato un po' di più di quello che ho ricevuto. Ma, nel caso questa mia sensazione sia esatta, credo che prima o poi si faccia pari.

Sono soddisfatto.

Di questo 2008, conserverò il meglio.
Ho almeno tredici notti nella memoria. Tredici notti che valgono, da sole, già più di molte vite.
Ho sentito, pensato, creduto che certe esperienze siano irripetibili. Ne avrei volute ancora, forse.
Ma mi solleva il fatto che non posso escludere di poterne vivere ancora.

Tredici notti. In ordine cronologico.

- La notte in cui ho visto centinaia di persone ballare per la musica che ho scelto per loro. Per la prima volta dopo anni.
- La notte giunta al termine del mio giorno di celebrità: ha ricevuto applausi in diretta sulla TV di stato, ho ricevuto complimenti da persone "importanti", e poi ho preso finalmente un aereo di corsa per abbracciare i miei più cari amici.
- La notte dei miei 35 anni, celebrati in un modo inconsueto. Ho ricevuto una confezione di bolle di sapone. Ho versato champagne e offerto fragole e panna. Ho dato forma a qualche sogno. Evanescente come una bolla di sapone.
- La notte tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, in cui ho sentito di essere parte del vento, del mare, degli elementi naturali, del corpo e dell'anima di una donna. Di essere tutto e di essere "uno".
- La notte in cui mi sono rialzato in piedi ancora, dopo la paura della malattia e della "ricaduta". Il giorno prima di ricevere conferma dai miei dottori.
- La notte successiva, in cui ho provato un brivido inesplicabile, durante un concerto in una notte di Luglio, l'ho sentito riaffiorare dal centro della terra e attraversarmi i polsi, passando attraverso le dita fino a toccare l'infinito.
- La notte in cui ho visto la felicità dentro due occhi neri. E mi sono sentito per la prima volta come una piccola parte di quella felicità, pronunciata senza vergogna.
- La notte in cui Chris Martin ha cantato "Viva La Vida". E io c'ero. E non ero il solo.
- La notte in cui ho esultato davanti a uno schermo, per l’elezione di un uomo in un altro paese, in un altro continente. Ho visto la speranza, nei suoi occhi. L’ho vista diventare possibilità.
- La notte in cui ho visto negli occhi del mio amico più caro la felicità per l'arrivo di una nuova vita.
- La notte in cui ho ricevuto una lettera con l'attestazione di stima più importante da una persona che ammiro da anni e che, adesso, sento di poter definire mio amico. Luciano Ligabue.
- La notte di un compleanno speciale, con la torta mangiata sul cofano della mia macchina. E il luccichio della gioia a rischiarare il buio.
- La notte di dicembre trascorsa a tirare tardi senza apparente motivo, per il gusto di stare in compagnia di persone in grado di restituire leggerezza alle parole, anche nel giorno più pesante e faticoso.      

E come "bonus", avrei un po' di notti che non intendo raccontare. Sono roba mia. E me le tengo strette.

Tra tutte queste notti e i giorni che hanno riempito l'attesa, ho anche pubblicato due nuove opere.
L'occasione o la necessità hanno voluto che in entrambi i casi, ancora una volta, accanto a me non ci fosse la persona con cui avrei voluto condividere quell'emozione. Credo che questo non mi impedirà di scrivere ancora. Però, a volte mi chiedo perchè accada questo. E qualsiasi sia, la risposta, non è mai un balsamo sulla tristezza che talvolta mi coglie ancora alla sprovvista.

L'anno è quasi finito.
Chiudo il bilancio e mi sbilancio.

Forse non avrò mai una compagna al mio fianco in grado di esserci "per sempre".
Forse non avrò mai un figlio a cui raccontare le mie favole.
Forse non avrò mai un lavoro "normale", una casa grande abbastanza per tenerci dentro il mondo che vorrei a portata di mano.
Forse qualche sogno dovrò metterlo definitivamente nel contenitore per la raccolta differenziata di illusioni.

Sicuramente ho 35 anni e ne avrò per altri 5 mesi abbondanti.
Sicuramente qualcosa, nella mia vita, l'ho realizzata.
Sicuramente non è facile essere felici, non con me, non alla mia maniera.
Sicuramente mi inventerò ancora qualcosa.

Tre giorni fa ho scritto, con la mia amica migliore, i miei impegni per l'anno che arriva. Li ho scritti su un tovagliolo di carta, dopo un irish coffee e i biscottini al burro. Ma quegli impegni hanno valore legale. E spero di realizzarne almeno la metà.  E di sovvertire i pronostici, magari.

Intanto, mi tengo stretti gli istanti, almeno.

E credo di dover dire "grazie" a chi c'era, a chi c'è, a chi ha intenzione di restare, a chi potrebbe tornare e a chi ha avuto bisogno di andare...

Buon anno. Buona fortuna.



permalink | inviato da mymojopin il 31/12/2008 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sessualità
29 dicembre 2008
L'amore è un saltimbocca riscaldato al microonde.
 

MASH-UP LETTERARI - DADO Vs. SUSHIKO - 26 DICEMBRE. TARDO POMERIGGIO. APPARTAMENTO IN AFFITTO IN ZONA PERIFERICA DI UNA CITTA' QUALSIASI. INTERNO ILLUMINATO DAL BAGLIORE DI UNO SCHERMO TV. LUISA E FILIPPO SONO A LETTO, GUARDANO UNA PUNTATA SPECIALE DI DOMENICA IN. LUI E' DISTESO SOPRA LE COPERTE, INDOSSA UN'IMBARAZZANTE VESTAGLIA COLOR CAMMELLO MALATO CON MOTIVI A QUADRI COLOR GRIGIO PANTOFOLA. LA VESTAGLIA, DONO DELLA SUA COMPAGNA, PORTA  ANCORA IL CARTELLINO ATTACCATO ALLA CINTURA. LEI E' SOTTO LE COPERTE, IRREQUIETA. SI GIRA DI SCATTO E IMPROVVISAMENTE TIRA DALLA SUA PARTE LE COPERTE. LUI SI SCUOTE DALLA SUA APATIA COI RIFLESSI DI UN PLANTIGRADO APPENA DESTATO DAL LETARGO. LEI LO FISSA CON LO SGUARDO DI UNA FAINA TENUTA A DIGIUNO PER QUINDICI GIORNI.

    Allora... cos'hai?
Niente.
Lo sai che non è vero... dimmi tutto... sai che ci metto del tempo a capirle, le cose...
 Ho detto niente... ci vuole tanto a capire 'niente?'
Non te lo chiedo più. Che succede?
Che palle. ho detto 'niente'. E se così non fosse, dovresti capirle da solo, le cose....
Va bene...Vado di là a leggere la gazzetta dello sport sul divano. Tu intanto cerca di fartela passare....
...e mi raccomando, bevi la birra, che sono appena le cinque di pomeriggio. Lascia pure i segni sul tavolino. tanto alle pulizie ci pensa la fatina. E naturalmente, non usare il sottobicchiere che ci ha regalato mia madre a Natale scorso....
ah, si, tua madre....
Mia madre???? cos'hai da dire su mia madre???
Nulla, nulla. Per carità... sempre meglio delle tue amiche...
Chissà perchè non ti piacciono le mie amiche...forse solo perché ti fanno delle domande interessanti, e tu, non appena devi rispondere con qualcosa di più che un grugnito o un paio di monosillabi  ti senti messo sotto torchio. Ma guarda che lo fanno per il mio bene...non è che chiedono le analisi del sangue a tutti gli uomini con cui sono stata...
già...altrimenti avrebbero bisogno dell'archivio di stato per conservare tutti i referti...
idiota!
stavo scherzando, cretina... lo sai...
è solo che loro ci tengono a noi e alla nostra storia! più di quello che credi. A loro piaci. Anche se a volte non mi spiego il perchè...
lo so. le ho capite le tue amiche. c'è quella lì, come si chiama... quella alta uno e sessantasette circa, che usa l'eau de toilette Cabotine, laureata in chimica farmaceutica, con la quarta di reggiseno, con gli occhi verdi con pagliuzze castane (di più sul sinistro che sul destro), il nasino all'insù e la Y10 targata BA323RD. Quella che è stata fidanzata per due anni con un giocatore di pallavolo prima di essere lasciata il giorno del suo compleanno. Quella che vive in quella bella mansarda in centro con le pareti celesti, che ha una litografia di Warhol in salotto. Quella lì... Com'è che si chiama? Mi pare Camilla, può essere? Comunque mi sta antipatica.  Chi cazzo si crede di essere?
Camilla, lo sai benissimo.
Ah, siccome so come sei fatta. Prima che tiri fuori la solita storia della gelosia,  NON DIRE CHE LA TROVO INTERESSANTE
Ma parli di quella a cui hai chiesto il numero di cellulare 'per ogni evenienza'?
Me lo ha dato LEI! E prima che tu faccia scenate inutili, ti anticipo io: quella sera l'ho incontrata PER CASO al ristorante. E mi è sembrato carino, visto che eravamo entrambi soli, invitarla al mio tavolo. Tanto lo so che lo sai già da tempo e che non vedevi l'ora di sbattermi in faccia questa storia per giustificare una scenata...
Figurati...non mi preoccupo mica di Camilla, lei dice di te che sei un porco. Non so in base a cosa lo dica. Ma ha ragione, sei un porco! Chissà perchè, su questa definizione sono d'accordo tutte... le mie amiche, mia sorella, mia madre....
Tua sorella e tua madre. Già... vogliamo parlarne?
Si, parliamone. Perchè guardi sempre le tette, a mia sorella! E, te lo ripeto, lascia stare mia madre!!! Sei tu che la odii dalla prima volta che sei venuto a cena da noi! Per una volta che ha dimenticato della tua allergia letale alla cipolla e non ti ha avvisato di averla messa nel sugo, quante storie.... Abbiamo passato il resto della serata a prenderci cura di te come se fossi un bambino. Vuoi sempre essere al centro dell'attenzione di tutti. sei un egocentrico e un porco!!!
Hai ragione. Io le avevo solo detto: 'signora, sono allergico alla cipolla. anche il solo odore mi basta per andare in shock anafilattico'
    E certo! Tutti attorno alla tua allergia! Tutti concentrati su di te e sui tuoi shock anafilattici del cazzo...ma lo sai che in Africa i bambini muoiono di fame????
perchè non hanno ancora mangiato i saltimbocca alla romana che fai tu, altrimenti morirebbero di intossicazione alimentare.
ma se hai detto che ti piacevano!!!! i primi giorni in cui siamo stati assieme non volevi altro! Oddio... parlo di 'primi giorni' quando in realtà la nostra luna di miele è durata sì e no una settimana....
I primi giorni in cui siamo stati insieme? intendi... prima che tu facessi scattare le manette?
Ci risiamo con le manette: sei il solito porco. Per una volta che le ho usate per giocare un po', devi rinfacciarmele per tutta la vita?
Lo dicevo in senso metaforico....
Non ti meriti nessuna attenzione, davvero. Nemmeno un po' di complicità. A te basta che una si metta in posizione, la fecondi e hai finito il tuo 'lavoro'. La verità è che tu non sei più quello di una volta. Prima eri romantico, dolce. Lo ricordo ancora: non hai guardato una sola partita, nella prima settimana in cui siamo stati insieme... Che bei momenti...
Era agosto, non era ancora iniziato il campionato, era logico che non guardassi le partite. E poi, non avevo ancora fatto l'abbonamento a Skycalcio...
Già, Skycalcio.... l'amore finisce con l'inizio del campionato e della champions league. Mi stai velatamente facendo capire che ero soltanto un riempitivo durante il periodo di ritiro della tua squadra? Cosa deve fare una donna perchè tu spenga quella cazzo di tv e alimenti un po' di dialogo, dentro questa casa?
    Vogliamo parlare di Centovetrine e Un posto al sole? Cosa deve fare un uomo per guardarsi in pace un telegiornale?
Tu non capisci un cazzo! quella è vita vera! E poi il telegiornale è triste e mi rovina il pranzo! Vuoi sapere cosa succede nel mondo? Leggi l'ultima pagina della gazzetta dello sport, visti i tuoi livelli di apprendimento, qualche riga al giorno dovrebbe bastarti e avanzarti!
Certo! freghiamocene del mondo...
Certo! come tu te ne freghi delle esigenze della tua donna!
...tanto a te basta pulirti la coscienza con le amiche del club, no? Voi che fate due torte all'anno per una vendita di beneficenza che pagano i vostri uomini, costretti pure a mangiarle. E con quei soldi vi ripulite la coscienza: un'adozione a distanza e vi sentite tutte benefattrici dell'umanità. Il nobel per la pace, vi dovrebbero dare...
Lo facciamo perchè, se tu non lo sapessi, in Africa milioni di bambini muoiono di fame!
Mandagli un container pieno dei tuoi saltimbocca alla romana. Vedrai come si rimettono a dieta per conto loro....
Tu sei un insensibile e piangi solo quando perde l'Inter!
L'Inter non perde da tre anni. Sarà per questo...
Sono senza parole. Sai dove dovrei ficcarteli i saltimbocca? Gli faccio cambiare nome...
Ecco...adesso ti riconosco, finalmente. Si capisce da quale ambiente sei arrivata. Pensare che mi ero illuso di fare per te una persona civile...
di fare 'cosa'?
di fare DI te, scusa.
Hai detto 'scusa'?... Signore e signori... ha chiesto 'scusa'! Peccato non ci siano testimoni. Mi sa che non dici questa parola da almeno tre anni. Poverino, hai qualche problema di pronuncia o ti manca la cognizione dell'errore in quella testa vuota?
Almeno io quando sbaglio ho l'onestà intellettuale di correggermi. Due concetti che ti sono estranei... vai sul dizionario e cerca 'onestà' e 'intellettuale'... ah... guarda che il dizionario è scritto in ordine alfabetico.
Sostutuisci a 'testa vuota' la definizione 'testa di cazzo'...E ricorda, caro il mio Pigmalione, che se mi hai trovata vuol dire che non vieni da un mondo tanto diverso dal mio...troglodita!
E se in questi tre anni non ti ho chiesto 'scusa', forse dipende dal fatto che non ho avuto nulla di cui scusarmi...tantomeno adesso
Non ti scusi perché mi trascuri, non ti scusi perché guardi sempre le altre donne, non ti scusi perché non vuoi venire più a pranzo da mia madre, non ti scusi perché non facciamo mai niente di diverso
Ah, bella questa frase:  'non ti scusi perchè mi trascuri'. Dove l'hai pescata, questa perla di saggezza, nel nuovo disco di Anna Tatangelo?
Saranno belli i tuoi, di dischi...lei almeno mi capisce!
Io non mi scuso perchè mi faccio il mazzo dodici ore al giorno, per non farti mancare nulla. Io non mi scuso per il fatto di essere sempre disponibile ai tuoi capricci. Io non mi scuso per averti sposata.
hahahahah!!! il mazzo, si fa il mazzo, lui... E io credi che mi gratti la pancia, in casa? Credi che tutto questo (pausa teatrale con giro della casa) si lucidi da solo!!??
Per carità di dio, non oserei mai insinuare nulla di tutto questo. Stai sempre lì a preparare i tuoi prelibati saltimbocca alla romana...
DA DOMANI TI MANDO AL MACDONALD! Tanto per te non fa differenza. Basta che ti riempiano il trogolo con qualcosa di commestibile...
E quando non fai saltimbocca e non guardi la tv e non sei al telefono con le tue amiche, hai sempre qualcosa di meglio da fare: lucidare quella cazzo di argenteria di pessimo gusto che ci ha regalato tua madre... (pausa teatrale) ...tua madre.... vogliamo parlarne?
Non tirare di nuovo in ballo mia madre. Lei è una donna meravigliosa e  mi ha insegnato tutto quello che so. E soprattutto, ti adorava, prima che tu la picchiassi. E comunque l'argenteria barocca è ELEGANTE. Non è colpa sua se  tu hai i gusti di una scimmia stupida!
Le scimmie stupide almeno si accoppiano ogni tanto, non sprecano tempo con le chiacchiere, si godono i piaceri della vita....
CERTO! perché dopo essermi fatta in quattro per te tutto il giorno, io dovrei anche trovare la forza di accoppiarmi con te! 'Accoppiarmi', proprio come una scimmia. Però, rispetto alla scimmia qualcosa di umano c'è. Io devo aspettare che finisca la partita e poi dare il via alle danze! Come se tra le gambe avessi una macchinetta.... credi che ci sia un bottone per queste cose? eh? Credi che sia tutto automatico. Dovresti meritarmi. Tu non mi corteggi mai! non mi fai sentire SPECIALE
Vieni qua, scema....
No, dimmelo tu, SAPUTONE. Credi davvero che funzioni così?
...ma lo sai chi mi ricordi quando ti arrabbi? quando ti vengono gli occhi dardeggianti e ti si gonfia quella vena sul collo?
...chi?
Angelina Jolie
si... non dire fesserie... è vero.. quando ci siamo conosciuti le assomigliavo anche un po'...me lo dicevano tutti. Ma guardami adesso... sono passati solo tre anni e già mi sento invecchiata di    dieci... sono ingrassata, struccata e... da un mese non vado  più nemmeno a farmi i capelli... ma tu queste cose non le noti... tu non mi guardi più con gli occhi di una volta...
per me non sei mai cambiata.  sei sempre bella come il primo giorno... ma non te ne accorgi....  stai sempre a fare confronti...
non prendermi in giro, stronzo...
dai...fai la brava, Angelì... lo sai che scherzo...
no, sono stanca, sono proprio stanca di te e delle tue mancanze...non ti sopporto più.... lasciami....
è stata una giornata difficile....mmmhhhh.... per fortuna ci sei tu....
Non provarci. Tu non ti accorgi nemmeno che esisto! Non ti sei nemmeno ricordato di farmi un regalo per Natale...e io che mi sono dannata l'anima per trovarti quella vestaglia. 
Ma come? Guarda dentro il tuo armadio... c'è una sorpresa per te...
cos'è , l'abbonamento skycalcio 2009? una lavatrice? uno scopino per il cesso coi pesciolini dentro?
no, stupida... Ho detto che ho una sorpresa per te...
Lo sai che non amo le sorprese... dammelo, su... scemotto....
Volevi dire 'dimmelo'? O forse volevi dire proprio 'dammelo'?
Sei il solito troglodita... senza romanticismo... come devo fare con te?
Ce le hai ancora, le manette? C'è una scimmia stupida che ha un istinto animale irrefrenabile...
Ha ragione Camilla, sei un porco...

SEGUONO TRE MINUTI E QUATTORDICI SECONDI NETTI DI PASSIONE IRREFRENABILE. POI LEI CORRE IN BAGNO. LUI SI ACCENDE UNA SIGARETTA. LE COMUNICAZIONI PROSEGUONO CON LE VOCI FUORI CAMPO....

Mi raccomando, usa il posacenere!!! Devi PER FORZA fumare in camera da letto?
Tesoro... ma lo faccio solo una volta ogni sei mesi... per favore...
Sei incorreggibile... mi chiedo ancora come faccio ad essere così stupida da rimanere con te...
Me lo chiedo anche io. Però poi mi passa dopo qualche minuto... a proposito... adesso vieni qui ad aprire il tuo regalo?
Aspetta... sono ancora sotto la doccia... dai... dimmi cos'è...
Un' impastatrice. Hai presente, quella che pubblicizzano in tv? Quella per fare torte, dolci, biscotti?
Davvero? Meraviglioso!!! Come hai fatto a capire che la desideravo? Sei un fenomeno, amore... tu sì che mi capisci... Non vedo l'ora di provarla per fare qualcosa di buono per te... devo ricompensare il mio uomo...
Grazie, tesoro. Lo sai... farei tutto PER TE.  Visto che qui non mi è rimasto molto da fare, farei un salto al bar... ti dispiace se esco un po'?
Certo che no. Anzi... Ne approfitto per rimettere in ordine la stanza. Poi mi sa che farò un paio di telefonate con le mie amiche. Poverine, sono single, LORO. E poi chiamo mia madre per farle gli auguri. A proposito, cosa ti preparo per cena? Ti andrebbero bene due saltimbocca alla romana? Ne sono avanzati un po', a mezzogiorno e dispiace buttarli...
Ma certo, cara. non aspettavo altro. E fai gli auguri a tua madre da parte mia, mi raccomando.
Bacio.
Bacio.




permalink | inviato da mymojopin il 29/12/2008 alle 21:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
24 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE- CHRISTMAS UNDERGROUND - NONA E ULTIMA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE- CHRISTMAS UNDERGROUND - NONA E ULTIMA PUNTATA

Matthew si guardò attorno e si rese conto che la carrozza era di nuovo vuota.
E mentre cercava di comprendere cosa fosse accaduto e dove fossero fuggiti i suoi compagni di viaggio, decise che sarebbe sceso dal treno alla fermata successiva.
Era confuso e spaventato ma era pervaso, contemporaneamente, da un'inesprimibile sensazione: aveva bisogno di scendere, di tornare a respirare l’aria della superficie; ovunque quel treno fosse arrivato, quella sarebbe stata la sua fermata.
Quando si aprirono le porte, Matthew raccolse il suo quotidiano e si avviò di corsa verso l’uscita.
Una volta lasciato alle spalle il treno, ricordò l’ultima domanda del vecchio e istintivamente guardò il suo orologio.
Era mezzanotte e diciannove minuti.
Si guardò attorno e riconobbe la stazione di “St. Andrews”.
Guardò il display degli orari e lesse la scritta inequivocabile “Partenza prossimo treno, ore 6: 08 A.M.”.
Un brivido scosse i suoi cinquantadue anni e gli parve di perdere la percezione del tempo, della realtà, di sè. Per qualche istante fu in un non meglio definito "altrove". 
Poi, per provare ad ancorarsi di nuovo alla realtà, gettò uno sguardo sul suo quotidiano.
Era quello del 24 Dicembre dell’anno in corso.
E in calce alla prima pagina, scritto con un tratto incerto, che avrebbe potuto essere quello di un bambino di sei anni come quello di un ragazzo ubriaco di musica e di vino come quello di una donna in lacrime come quello di un vecchio tremolante, c’era scritto:
“Nel grande viaggio della vita, l’amore è l’unico motivo per cui vale la pena di attardarsi. E di fermarsi, talvolta. Fai un buon viaggio, Matthew.”



FINE.




Grazie per la cortese attenzione.

Buon Natale.



permalink | inviato da mymojopin il 24/12/2008 alle 9:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
23 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - OTTAVA E PENULTIMA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - OTTAVA E PENULTIMA PUNTATA

Quando Matthew si voltò per tornare al suo posto, scoprì che vi si era seduto un vecchio.
Quell’uomo aveva il volto segnato dalle rughe e un sorriso gioioso, si sorreggeva su un bastone e aveva una copia del giornale ripiegata nella tasca del suo cappotto.
“Buon Natale, giovanotto”.
“Buon Natale anche a lei, giovanotto…” Disse Matthew sorridendo. “Come mai in viaggio a quest’ora di notte?”
“Sto tornando a casa, i miei genitori mi aspettano e non voglio fare tardi…”
La risposta del vecchio gli sembrò una presa in giro, forse determinata dall’euforia della giornata speciale o dagli effetti collaterali di un bicchiere di vino di troppo nel cenone natalizio. Ma il dialogo sembrava piacevole e Matthew chiese all’anziano signore il perché di tanto entusiasmo.
E il vecchio rispose: “Ho vissuto fino ad oggi. Ininterrottamente, per ottantasette anni. E questo mi ha reso felice più di quanto non avrei potuto essere se non l’avessi fatto, no?”  
“Cosa l’ha resa felice?”  
Il vecchio levò gli occhi al cielo per qualche secondo, raccogliendo uno ad uno i suoi pensieri: “Ho avuto sogni impossibili, ho avuto speranze, ho provato amore. Ho avuto amici, amanti, figli e semplici conoscenti. E sono riuscito a condividere il bene che la mia mente è riuscita a dare e a ricevere. Ho condotto tutto il mio lungo viaggio scegliendomi le compagnie e lasciando che fosse il tempo a decidere se fossero giuste o sbagliate. Ho cercato di essere d’aiuto al prossimo e di raccogliere, lungo il mio cammino, i piccoli segni quotidiani di riconoscenza. Ho coltivato anche la solitudine, in un piccolo recinto inaccessibile al prossimo. Ma ho lasciato che il passaggio attraverso il mio territorio fosse libero e agevole. Ho imparato a conoscere gli altri e alla fine, dopo essermi esercitato tanto, credo di aver conosciuto anche me stesso. E in cambio di tutto questo, ho trovato gente come lei, che ha ancora voglia di rivolgere qualche parola a un vecchio rincitrullito che va in giro da solo a quest’ora di notte. A proposito, sa mica dirmi che ora è?”
Matthew cercò l’orologio nel suo taschino, ma il treno, nel frattempo, era arrivato a un’altra fermata e il vecchio, a fatica, riuscì ad alzarsi dal suo posto.
“Posso aiutarla a scendere?”
“Grazie, giovanotto, in effetti le avrei voluto chiedere la stessa cosa, quando l’ho vista salire su questo treno, stasera. Ma credo che lei non sia ancora arrivato alla sua fermata. Buonanotte”
Matthew rimase interdetto.
Giurò ad alta voce di essere stato solo, quando era salito sul treno.
E di non aver visto quel vecchio se non prima di avere incontrato Joshua, Chris, Angela e quell’altro signore dal cappotto così simile al suo.
Si guardò attorno, in preda a una gran confusione...

(segue...)



permalink | inviato da mymojopin il 23/12/2008 alle 10:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
22 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - SETTIMA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - SETTIMA PUNTATA

Trovò sul suo posto, non per caso, un biglietto da visita.
Era un suo biglietto da visita, riportava il suo nome e il suo indirizzo.
Matthew non fu affatto stupito
“Mi sembrava di averlo visto da qualche parte…”

(segue...)




permalink | inviato da mymojopin il 22/12/2008 alle 10:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
21 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - SESTA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - SESTA PUNTATA


Si ripromise che l’avrebbe baciata sulla fronte, quando sarebbe arrivato alla sua fermata. Sfogliò le pagine cercando di non disturbarla e il treno si fermò ancora una volta.
E ancora una volta, dalle porte non entrò nessuno.
Quando il treno ripartì, alzò ancora una volta il suo sguardo oltre il giornale, certo che si sarebbe imbattuto in qualche altra sorpresa.
E infatti.
Di fronte a lui c’era la sagoma di uomo completamente nascosta da un quotidiano. Avrebbe potuto giurare di riconoscere qualcuno che usava quel giornale come trincea tra sé e il mondo. Conosceva bene il soggetto... Avrebbe potuto farne l’identikit: uomo di cinquant’anni. Solo, probabilmente. Buona posizione professionale, determinata dalla pulizia e dall’età delle sue scarpe. Capelli e barba curati da un paio di sedute settimanali dal barbiere, in uno dei pochi cosiddetti rapporti umani intrattenuti.
L’uomo sfogliava le pagine nervosamente.
Sembrava disturbato anche dal fruscio della carta.
Il movimento del treno, con la sua regolare accelerazione, era per lui un’esperienza eccitante. Sicuramente riconosceva le fermate dall’eco prodotta dall’apertura delle porte nei corridoi. E dall’odore che arrivava dalla superficie e che riusciva a insinuarsi tra i corridoi e le scale mobili.
Matthew sapeva quasi tutto di lui.
Sapeva che quella sera quell’uomo sarebbe tornato a casa, avrebbe consumato il solito bicchiere di whiskey. Avrebbe dato uno sguardo alla posta elettronica smucinando per le troppe cartoline d’auguri standard ricevute dai suoi clienti. E poi, dopo aver fumato l’ultima sigaretta della sera, avrebbe tirato le coperte su una note breve e senza sogni.
Matthew sentiva di avere vissuto migliaia di notti e di giorni come quel suo occasionale dirimpettaio. Ma quella notte stava accadendo qualcosa di inusuale.
 E quindi, osò quello che non avrebbe concesso di fare a nessuno, nei suoi confronti.
“Mi scusi, posso farle gli auguri di Buon Natale?”
Quello nemmeno rispose.
E Matthew provò ad incalzarlo: “Buone notizie, sul quotidiano di ieri?”. L’unica risposta fu un grugnito e il fruscio nevrotico di una pagina.
“Quando finisce il suo giornale, posso prestarle il mio. Ormai non mi serve più. Non per oggi, almeno.”
Di fronte a tanta ostinata indifferenza, rinunciò ad insistere.
“Bisognerebbe provarci, ogni tanto, a vivere. Almeno una volta l’anno, a Natale…”.
Il signore di fronte non accennò a risposte e tornò al suo giornale. Così fece Matthew, fino a quando il treno non si fu fermato un’altra volta.
Quando si aprirono le porte, provò a vedere il suo dirimpettaio uscire e non parve sorpreso di scoprire, mentre si allontanava di spalle, che quell’uomo indossasse un cappotto identico al suo.
Intanto che Angela si era voltata sulla sua destra, Matthew si alzò dal suo posto per raccogliere il giornale di quel signore.

(...segue...)





permalink | inviato da mymojopin il 21/12/2008 alle 11:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
20 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - QUINTA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - QUINTA PUNTATA

Chris cominciò a suonare una canzone sconosciuta a Matthew. Qualcosa di un tale Jeff Buckley. E non sapendo come accompagnarlo, cominciò a tamburellare a ritmo sulla sua cartella di pelle marrone. E provò la sensazione di avere vissuto un momento di gioia assieme a un quasi sconosciuto. L’ultima volta che gli era capitato, forse, aveva l’età di quel ragazzo.
Chris si ritrovò a stringere la sua fisarmonica come un’amante, mentre la canzone diventava struggente.
“It’s never over…My kingdom for my kiss upon her shoulder…”.
Matthew non volle violare l’intimità di quell’abbraccio; continuò ad ascoltarlo, ma fece cadere di nuovo lo sguardo su quel giornale. Per pochi secondi, in realtà.
La fermata successiva fu accompagnata da uno scossone energico. Quasi una frenata violenta.
Quando il treno fu ripartito, mentre la musica di Chris sembrava sfumare gradualmente, Matthew cercò di arrivare alla quarta riga del suo articolo, ma fu distratto da un intenso odore di pioggia e di bosco. Non gli sembrò possibile che la linea blu avesse subito un repentino cambiamento di rotta in direzione delle montagne e provò ad associare quell’odore a qualcosa di differente.
E avvertì un odore più acre. Come di lacrime. Si voltò alla sua sinistra e si accorse che al suo fianco c’era una donna. Provò a scorgerne il profilo, evitando timidamente di violare i suoi pensieri.
Era esile e graziosa. Aveva sottili e lunghi capelli neri che accarezzavano le orecchie, il collo e si posavano sul petto e lungo la schiena. I suoi occhi, imprigionati dalle ciglia nere, erano celesti e torbidi, come il mare nell’attimo dopo una tempesta. E la sua bocca si contraeva con le guance, in impercettibili singhiozzi.
Quella donna aveva appena smesso di piangere. Ma quel pianto sembrava aver devastato tutti i suoi sentimenti. Provò con più coraggio a guardarla, sperando che lei si accorgesse delle sue attenzioni. Non desiderava altro che di guardarla negli occhi e di regalarle quel minimo di affetto che un essere umano può offrirti, quando ti vede in lacrime. Anche solo con uno sguardo e con una presenza silenziosa. Matthew non avrebbe mai osato tentare un approccio con quella donna. Più che per la sua inveterata insicurezza, per il rispetto di quelle lacrime.
Cosa ci facesse una donna sola e in lacrime sull’ultima metropolitana della notte di Natale, era un mistero.
Ma non gli interessava conoscere i particolari morbosi della sua storia. D’altronde, non poteva dire di non aver fatto incontri bizzarri, quella sera. Mentre si ingegnava per poter trovare il modo di incontrare quello sguardo fingendo spudoratamente la casualità, quella donna cominciò a scrivere, su un foglio di carta: “Non trovo una parola che renda il senso dell’assenza di amore. E non c’è nessuno a cui possa chiedere aiuto…”
E lo lasciò cadere per terra. Matthew raccolse quel foglio e nello stesso istante raccolse tutti i suoi pensieri.
E lasciò che il suo istinto guidasse la mano, scrivesse una risposta e la porgesse alla sua vicina.
“Non sono mai stato bravo con le parole crociate. Provi col 7 verticale”.
La donna sorrise, in quel modo che solo le donne conoscono, con quella specie di felicità istantanea che nasce dopo il lungo e silenzioso esercizio della sofferenza.
“Mi scusi, devo esserle sembrata proprio una stupida. Venire qui, piangere come una bambina e disturbarla durante la sua lettura. E’ solo che ho un po’ paura a viaggiare da sola. Soprattutto di notte. Soprattutto in notti come queste. Lei mi sembra una persona di cui ci si possa fidare. Almeno per il breve tragitto che mi tocca fare. Non le chiedo di scendere con me, ma mi permette di stare qui accanto finchè divideremo lo stesso percorso?”
“Come no… la ringrazio per la fiducia. Posso esserle d’aiuto in qualche modo, parole crociate a parte?”.
Il ghiaccio era rotto. Ora c’era soltanto da lasciare che quella strana cosa che è l’istinto umano agisse per entrambi, determinando l’esito di quell’incontro. Matthew pensava che l’incontro tra un uomo e una donna non fosse mai casuale. E anche quello più occasionale e fuggente, avesse in sé quel mistero che è all’origine della creazione della specie umana e dell’ispirazione dei poeti. Della vita e dell’arte, il suo più riuscito tentativo di imitazione.
“Non so… sono soltanto un po’ confusa, adesso. Non creda che io salga sempre di corsa sui treni e lasci bigliettini disperati a degli estranei. E’ solo che sono in fuga. Non so dove, ma so da cosa.”
“Posso chiederle il suo nome? Così se domani leggerò di una bellissima donna misteriosamente scomparsa, potrò almeno dire di averla incontrata in metropolitana…”
“Angela. Ma, per favore, non mi chieda da cosa sto fuggendo e perché io stessi piangendo soltanto un attimo fa.”
“Era l’ultimo dei miei pensieri. A me importa soltanto di vederla sorridere adesso. Non amo l’odore delle lacrime…”
E finalmente Matthew riuscì a guardarla negli occhi. Era ovviamente bellissima. E i suoi lineamenti asimmetrici erano lo specchio di tutti i sentimenti contrastanti che la animavano.
Era una creatura da scoprire. Di quelle che richiedono almeno una vita per poter dire di averle conosciute.
Oppure puoi lasciarti incantare da quell’istante, e sperare di ricevere qualche risposta alla rinfusa.
Fu questa, la tattica di Matthew, se di tattica si può parlare. I due passarono in fretta dal lei al tu. Dialogarono, sorrisero, si animarono mentre il suono della fisarmonica di Chris era un sottofondo remoto e complice. Lei si lasciò andare ed avvertì nella sua presenza conforto, protezione e attenzione. Per qualche frammento parve a entrambi di conoscersi da una vita. E quella vita non sembrava parergli abbastanza. Matthew fu sorpreso dall’intensità di quello scambio.
E quando il dialogo volse, inevitabilmente al reciproco racconto dei propri trascorsi amorosi, a Matthew non venne nessuna risposta migliore di questa: “Si, credo di essere stato innamorato, nella mia vita. Ma forse l’ho dimenticato. Oppure continuo a vivere nell’illusione di non avere ancora provato quello che si dice il “Vero Amore”. E spero che qualcosa mi sorprenda ancora…”
“Non capita spesso che qualcuno faccia irruzione nelle nostre vite. Ma alle volte succede. Basta sapere aspettare. O forse non serve. Bisogna solo esserci, quando arriva quel momento. Consapevoli che potrebbe non arrivare mai. O arrivare ancora…”

Per un attimo Matthew sembrò essere colto dall’imbarazzo. Ma poi Angela provvide a complicargli le cose ulteriormente.
“Scusami…Sono stanca e il mio viaggio sarà ancora molto lungo.”

E posò il capo sulla spalla di Matthew che cercò di rendere il suo omero il più accogliente degli ambienti possibili per quella donna tanto vulnerabile quanto sicura nei suoi gesti.
“Si sta bene qui… posso?”
Matthew annuì in silenzio e quell’odore acre di lacrime tornò ad essere soave.
Fantasticò per qualche istante.
Poi, quando ebbe la certezza che Angela avrebbe riposato serenamente, tornò al suo giornale.
E quel peso a metà tra la spalla e il petto fu sempre più lieve.

(...segue...)



permalink | inviato da mymojopin il 20/12/2008 alle 10:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
19 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE- CHRISTMAS UNDERGROUND - QUARTA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE- CHRISTMAS UNDERGROUND - QUARTA PUNTATA

“Maledetta filodiffusione… anche nella metropolitana. Ma cosa deve fare uno per leggersi in pace il suo giornale?”.
Il suono si interruppe per un istante.
“Mi scusi, signore, la disturbo?”.

Matthew levò lo sguardo. Un ragazzo di diciotto-venti anni era seduto di fronte a lui. Avrebbe potuto giurare di non averlo visto entrare ma… insomma…era lì, con la sua fisarmonica sulle ginocchia. E più lontano c’era Joshua che giocava col suo micio e aveva di nuovo le scarpe slacciate.
“Guardi, giovanotto, non ho spiccioli e non gradisco la musica, specialmente a quest’ora”.
“Stia tranquillo, signore: non sono un mendicante né un artista da metropolitana. Sto soltanto andando a una festa. Sa… gli altri portano l’alcol e le ragazze. Io ho il compito di portare la musica. E quando fa freddo, come stasera, la musica porta un po' di tepore agli animi e fa sentire meno la mancanza di una stufa. Mi stavo soltanto riscaldando un po’. Non sente anche lei questo gelo?”
 “Adesso meno…”
Matthew lasciò la frase sospesa e dopo qualche secondo di imbarazzo, prese coraggio e continuò: “…anche io suonavo, alla sua età.”
“Davvero? Cosa suonava?”
“La chitarra. E anche io, beh, ero molto richiesto, nelle feste. Soprattutto quelle in spiaggia. L’unico problema era che…”
“…che alla fine lei era l’unico a rimanere senza ragazza!”
“…mi sa che non sono cambiati molto i tempi, da allora!”
E Matthew rise di gusto. Condividendo una risata come non avveniva da mezzo secolo, almeno.
 “Ha continuato a suonare da grande? E’ diventato un musicista professionista? Dalle sue mani giurerei che la chitarra la suona ancora…”.
“No. Avrei voluto. Avevo un gruppo, un quartetto. Facevamo blues e qualcuno diceva addirittura che avevo del talento. Ma arriva un’età nella vita in cui certi sogni è bene chiuderli a doppia mandata in un cassetto. Arriva sempre, quel momento. Tutto sta nel rinviarlo il più a lungo possibile. E magari qualche volta, a forza di rimandare quell’appuntamento, riusciamo a vivere un giorno meno della inevitabile disillusione. C’è chi sogna ancora a cent’anni…”  

“No, guardi. Io l’ho deciso ieri, davanti allo specchio. Mi sono detto: Chris, finchè avrai la musica che ti agita le dita e l’anima, non potrai seriamente pensare di frustrare quelle dita e quell’anima sulla tastiera di un computer. Mi consideri un folle o quel che le pare. Piuttosto che smettere di credere in tutto questo, sono disposto a una vita di stenti. Non importa se stasera non ho nemmeno gli spiccioli per prendere una cioccolata calda. Non importa se dovrò affrontare il gelo a mani nude. E non mi importa nemmeno se i miei non capiranno e mi considereranno un fallito o un pezzente. Io continuerò a suonare. E a non avere tutte le donne che mi pare…”
Matthew rise ancora e si ripromise che avrebbe offerto a Chris una corroborante cioccolata calda per affrontare la notte e per riscaldarlo quanto bastava per il tragitto fino alla festa.
 Pensò che una volta a casa avrebbe tirato fuori dalla soffitta la sua vecchia chitarra.
E che avrebbe suonato, quella notte.
Tanto, in mezzo al frastuono della notte di Natale, non avrebbe disturbato nessuno.
E se pure fosse stato così, aveva ventinove anni e sette mesi e sei giorni di blues represso dentro l’anima. E non avrebbe aspettato un attimo in più.
“Suonami qualcosa, qualcosa dei tuoi tempi, se ti va…qualcosa di moderno… voglio capire cosa mi sono perso…”

(...segue)




permalink | inviato da mymojopin il 19/12/2008 alle 10:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
18 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - TERZA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE - CHRISTMAS UNDERGROUND - TERZA PUNTATA

…"Tu desideri un gatto? Non smettere di desiderarlo, allora. Non credere a quello che ti ha detto il tuo papà. Quando si diventa grandi si dicono un sacco di sciocchezze. La verità è che Babbo Natale c'è, ed è costretto a lavorare tantissimo e a volte si fa aiutare anche dagli estranei. Tu devi solo sapere aspettare e continuare ad avere quel desiderio. Se vuoi un gatto, prima o poi arriverà… ma non dirlo al tuo papà, altrimenti si spezza la magia."
"Sei tu, un estraneo amico di Babbo Natale?" 
"No. Per carità… Ma a me è successo una volta, quando avevo la tua età…"
"Davvero?"
Il bambino sgranò gli occhi e parve essersi dimenticato della caduta, della sua fuga da casa e delle tristi notizie ricevute da un padre poco avveduto.
"Una volta, sì… Sognavo di poter andare in fondo al mare e di scoprire un veliero affondato pieno di tesori. Sognavo di riportarlo a galla e di girare il mondo su quel veliero. Io sapevo che quel veliero c'era. Ma tutti mi prendevano in giro. Bene: una notte, poco dopo Natale, ero nella mia cameretta e fuori c'era tantissima neve e il vento non mi faceva dormire. All'improvviso sentì scuotere i vetri come da un tuono e poi udì uno strano rumore sotto il letto. Provai ad affacciarmi e…incredibile! Sotto il mio letto c'era un buco, proprio nel pavimento. Andai là sotto per vedere meglio e, indovina? Da quel buco si vedeva il mare. Ti giuro… chiamai anche il mio papà, ma venne a vedere sotto il letto e mi disse che non vedeva nulla. Mi rimboccò le coperte e mi disse di rimettermi a dormire. A volte i papà sanno essere davvero molto stupidi. O forse non sanno vedere i buchi nel pavimento. Quando lui uscì dalla stanza, tornai sotto al letto, mi tuffai e arrivai fino al fondo, nuotando come un pesce, attraversai l'oceano intero fino a quando non trovai…"
"…il veliero?"
La meraviglia si illuminò negli occhi del bambino che cominciò a scrivere la storia e a raccontarla a Matthew prima ancora che le sue parole di adulto dessero forma alle sue fantasie.
In pochi minuti presero forma avventure incredibili, viaggi mirabolanti popolati da pirati, sirene, maghi sommozzatori e balene parlanti.
Per trascrivere il racconto occorrerebbero giornate intere e tale fu la sensazione di vissuto di Matthew, mentre la metropolitana correva fino alla stazione successiva.
Quando il treno si fermò, in quella distanza coperta abitualmente in due minuti, a Matthew sembrò di avere rivissuto un pezzo della sua vita. E quando si aprirono le porte, un gatto bianco col muso marrone entrò nella carrozza e si accucciò sotto le gambe di Joshua.
Il bambino non parve così sorpreso.
E nemmeno Matthew.
"Lasciamolo giocare un po'" – pensò l'uomo – "Quando arriverò alla mia fermata, porterò con me il bambino alla stazione di polizia più vicina e rintraccerò i suoi genitori. Probabilmente non vorranno farglielo tenere, il gatto. Che si diverta almeno un po'…"
Joshua cominciò a giocare col suo gatto e non parve più così interessato alla storia del buco sul pavimento.
"Ogni storia ha il suo tempo. Adesso posso finalmente mettermi a rileggere il mio giornale in santa pace. Terrò d'occhio il bambino fino alla mia fermata. Tanto, a parte il gatto, non è entrato nessuno…"
Aprì ancora il suo giornale, un po' più stropicciato, ma non fece in tempo a cercare la pagina dell'economia che il suono di una fisarmonica distolse la sua attenzione.

(....segue...)



permalink | inviato da mymojopin il 18/12/2008 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
17 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE- CHRISTMAS UNDERGROUND - SECONDA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE- CHRISTMAS UNDERGROUND - SECONDA PUNTATA

Tornò la luce, e con essa il ronzio elettrico di quel piccolo mondo sotterraneo. E si rimise in movimento la scala mobile.
"Troppo gentili. Ma dite la verità, lo fate per dispetto? Non si può mai stare davvero soli e in pace. Vabbè, perdiamoci questo treno…"
Matthew guardò l'orologio.
Era mezzanotte e diciannove.
E, ne era certo, per una volta quell'ultimo treno era arrivato puntuale. Salì lentamente le scale, pregustando l'ennesimo minuscolo fallimento della sua vita, quasi compiacendosi di quella piccola dose quotidiana di amarezza.
Quando arrivò sulla banchina gettò uno sguardo sul display degli orari, pregustando un messaggio che sancisse la sua piccola sconfitta.
Ma quello schermo pareva colto da euforia natalizia. Emetteva schermate colorate come lampi di rosso, arancio e verde. E parole a caso.
Ultima partenza-vivere-destinazione ignota-offerta speciale-no abbonamenti-sola andata-nessuna fermata intermedia-buon natale-in orario.
"Colpa del black out. Manda in tilt gli uomini, figurarsi le macchine…"
E sentì sul viso, violento, lo spostamento d'aria di un treno in arrivo. Gli si aprirono le porte davanti.
"Allora era in ritardo. Potrei dirmi quasi fortunato. Ma com'è che non l'ho visto arrivare? Forse ero soltanto sovrappensiero. Distratto da quello schermo impazzito. Si torna a casa. Finalmente potrò dormire un po'… sembrano secoli che non mi riposo…"
Entrò nella carrozza. Era completamente vuota. Sedette in un angolo. Riparato il più possibile dagli sguardi di chi, magari, sarebbe salito alle prossime fermate. Frugò ancora nella sua cartella e tirò fuori il giornale. Più che per leggerlo, per innalzare un'altra barriera, come d'abitudine, nei confronti di questuanti, di turisti alla ricerca di un'informazione o più semplicemente, di quell'umanità che si intestardisce nel voler frequentare i tuoi stessi luoghi.
Non fece in tempo a posare lo sguardo sulla prima notizia che gli franò addosso qualcosa, facendogli cadere il giornale dalle mani. Era un bambino.
"Com'è possibile che non l'abbia visto, quando sono entrato? La carrozza mi sembrava vuota."
Il bambino piangeva.
E, stavolta Matthew se ne accertò, quel bambino era anche solo. Ma non era il solito zingarello costretto a chiedere l'elemosina dai suoi aguzzini anche nel giorno di Natale. Era un bambino ben vestito, dell'età di sei-sette anni, con i lineamenti tipici del figlio di una buona famiglia occidentale.
E piangeva ancora.
Matthew gli si avvicinò e provò ad accertarsi delle sue condizioni. A parte una sbucciatura sul ginocchio visibile attraverso i pantaloni strappati e gli occhi gonfi di pianto, sembrava non avesse nulla di grave.
Avrebbe voluto tornare alla lettura ma il giornale era mezzo lacero per terra. E poi il bambino piangeva ancora. Gli parlò, non senza imbarazzo.
"Come ti chiami?"
"Joshua".
"Ti fa ancora male?"
"Un po' si. Ma adesso va già meglio. Sono inciampato. Vedi?" E gli mostrò la sua scarpa slacciata.
"Come mai sei solo in metropolitana?".
"Sono scappato da casa mia. Non si sono accorti di me. Stanno tutti festeggiando attorno all'albero. C'era la cena, i regali, i nonni e gli zii. C'era mamma con un vestito bellissimo, verde e rosso. E poi zio Lucas, che si è messo in testa le corna della renna e faceva i versi. Ma tutti volevano giocare col mio fratellino. Che è nato un anno fa. E di me non importa più a nessuno…"
"Non è vero. E' soltanto che per lui questo è il primo Natale. Lo hanno fatto anche per te, quando eri così piccino, solo che non lo ricordi. Ma se sei stato buono, avrai ricevuto tanti regali…"

E intanto prese il piede del bambino, si chinò dinanzi a lui, prese i lacci della scarpa e fece una nocca resistente perché non inciampasse ancora. In un gesto non proprio amorevole, ma quasi…
"Si, sotto l'albero era pieno di regali. Quest'anno sono stato davvero buono. Ma volevo un gatto, non un fratellino. E il mio papà ha detto che non poteva comprarlo. Io non volevo che lo comprasse lui. Lo avevo chiesto a Babbo Natale. Ero stato buono. Davvero buono. Ma lui mi ha detto che…"
E ricominciò a piangere a dirotto, quasi inconsolabile. Come chi si risveglia da un sogno meraviglioso e si ritrova scaraventato in una realtà spiacevole. Come chi è costretto a diventar grande. Come chi scopre all'improvviso che…
(...segue...)





permalink | inviato da mymojopin il 17/12/2008 alle 10:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
16 dicembre 2008
RICICLAGGIO PAROLE USATE : CHRISTMAS UNDERGROUND - PRIMA PUNTATA

RICICLAGGIO PAROLE USATE : CHRISTMAS UNDERGROUND - PRIMA PUNTATA

PREMESSA
Ho il pessimo vizio di scrivere "favole di Natale".
Quella che i soliti quattro gatti leggeranno, suddivisa in puntate quotidiane, risale al 2005.
Spero vi piaccia.
Altrimenti, pazienza.

"A mezzanotte e sedici minuti parte l'ultimo treno della metropolitana. E alle macchine non importa, che sia Natale, Ferragosto o un sette di ottobre qualsiasi. Quel che conta è che vadano, da capolinea a capolinea. Alle macchine non importa nulla. Perché non hanno un'anima, tuttalpiù un motore. E quello, per andare, non ha bisogno di motivi o motivazioni. Gli basta la necessaria manutenzione e via, in quel continuo movimento che assomiglia alla vita. Cosa ho di diverso, in fondo, da queste macchine se non l'urgenza di incontrarne una perché mi riporti a  casa, stanotte? Anzi, a pensarci bene, sono io, a dipendere da lei. Che io salga o meno, su quest'ultimo treno, non cambierà la sua vita. Ammesso che si possa chiamare vita, l'efficiente funzionamento di una scatola di metallo."

I pensieri di Matthew andavano così, meccanici e in discesa lenta, come quella scala mobile che lo stava conducendo all'ultimo treno della metropolitana, quello di mezzanotte e sedici minuti. Mentre il mondo fuori cantava la letizia di una rinascita  puntuale, crepitava gioioso di fuochi e colori, si stringeva in un caldo abbraccio di lana rossa e sorrisi.

D'improvviso i pensieri si arrestarono.

E con essi la scala mobile.

E con essa la luce.

Insomma, esplose in silenzio il black out.

 E Matthew ebbe appena il tempo di stringere più forte la sua cartella di pelle marrone, prima di ruzzolare giù per le scale.

La sua cartella di pelle marrone. Quella che aveva ereditato da suo nonno, anche lui avvocato di cause perse e di pochi sorrisi. E con quella aveva ereditato l'abitudine a vedere gente litigare per un eredità o un confine e a sopravvivere in virtù delle piccole misere e aspirazioni private.

Il mestiere lo aveva reso avvezzo ad ignorare l'egoismo e l'orgoglio degli altri. Il suo animo, come il suo cappotto era ingrigito dalla tristezza degli uomini e ricco quanto bastava per avere, garantita a vita, la sua porzione di benessere e solitudine.

"Dannata stazione di St. Andrews. Ci mancava solo questa. Adesso chissà quanto tempo passerà, prima che qualcuno si dia da fare per rimettere tutto a posto e far tornare la corrente. Li vedo già, i tecnici della società elettrica, tutti intenti ad abbuffarsi attorno a una tavola imbandita, con le loro famiglie, entusiasti di dividere un pasto fastoso e l'illusione della felicità con quei figli che un giorno impiegheranno il tempo di far saltare un tappo di champagne per sbatterli in ospizio, con quelle mogli che prima o poi li tradiranno, con quei fratelli con cui presto si scanneranno per dividere uno schifo di pezzo di terra. Avranno quello che si meritano: il loro pacco a sorpresa è appena dietro l'albero."
Sedette per terra per qualche minuto, cercò nervosamente il telefono frugando nella cartella. Ma quando lo trovò, si rese conto di non aver nessuno a cui chiamare.
"Staranno tutti festeggiando. E poi, se chiedo aiuto a qualcuno, prima o poi dovrò sdebitarmi. Lasciamo stare. Posso aspettare qui. Al massimo, avverto la polizia. Ci manca solo che qualcuno venga a rapinarmi. Ma anche i ladri sono stupidi. E quasi tutti hanno una famiglia. Fossi un ladro, invidierei quelli che sono in prigione. Almeno, per loro, qualcuno prova una specie di nostalgia…"
Accese una sigaretta. Aspirò fino a sentire quel tiepido braciere riscaldargli per un istante la lingua, il palato, la gola, fino a sfiorare per un attimo qualcosa che poteva sembrare un cuore. Sorrise compiaciuto, con inspiegabile sarcasmo, ed esclamò ad alta voce: "Va bene così. Non preoccupatevi per me. Io sto bene qui."
E, quasi come risposta alle sue parole , un istante dopo, udì una specie di botto.
(...)



permalink | inviato da mymojopin il 16/12/2008 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sentimenti
15 dicembre 2008
Un anno e un giorno

Un anno e un giorno

Cara "Ragazza del martedi".
E' passato un anno. Un anno e un giorno.
Forse credevi che io avessi dimenticato.
Ma a volte la memoria è una condanna, la trasciniamo dentro fin da quella prima effrazione violenta, quel gesto contronatura del concederci ad altre anime, quella presenza all'altro che ci hanno insegnato a chiamare "amore".
E io ricordo. Ricordo tutto, a partire da "quel venerdi".
Per strane coincidenze, quella sera di un anno fa si ricongiunge con quella di ieri.
E ricordo esattamente lo stupore, la meraviglia, la gioia imprevista che bruciava sotto le tue guance.
Le nostre voci, quasi all'unisono.
"Sei tu".
Il desiderio, la voglia, il bisogno di riconoscerci.
Quel primo incontro impossibile, le nuvole bianche e dense che uscivano dalla tua bocca a ogni sospiro, il cielo carico di neve, la mia mano maldestra che cercava di vincere l'imbarazzo e di afferrare la tua, per non cadere, le parole che piovevano su di noi, che scorrevano con il vino, perfino alcune immagini create in un mondo immaginario che prendeva forma mentre parlavamo della vita vissuta e di quella sognata.
Parole nuove, perfino esagerate.
Ma erano nostre, e sapevamo che nessuno, prima o dopo di me e di te, le avrebbe trovate.
Ricordo esattamente, la buffa smorfia del tuo naso, mentre sorridevi.
Eri dolce e provocante, generosa e innocente.
La madre-bambina che ogni uomo sano di mente desidera al suo fianco.
Forse all'epoca non ero sano di mente, in effetti.
Forse non lo sono mai stato, in fondo.
Forse non sono mai stato tanto sano e cosciente come quella sera.
Ma ti guardavo, e dentro la mia anima provavo una sensazione di disgelo fuori stagione. In strada, intanto, cominciava a nevicare.
Rimanemmo da soli, continuammo a parlare, a raccontarci, a darci reciprocamente, vita contro vita.
Io avevo impegni, per quella sera. Impegni improrogabili.
Semplicemente, decisi di dimenticarmene.
"Resto con te. Al diavolo quell'altra e il lavoro."
Apprezzasti.
Sorridesti ancora.
E poi, accadde.
I baci avidi, e gli incisivi che si scontravano, come a volersi divorare l'anima. Come se quell'istante fosse irripetibile.
Cercavi i miei occhi e ancora oggi, credo che tu possa ricordare il loro colore, nonostante il buio attorno e la mia abilità nell'elusione dei miei sentimenti più profondi.
Tu mi guardavi negli occhi.
Tu volevi entrare nella mia vita, per renderla migliore. E io non avevo voglia, di renderla migliore.
Forse era questo a farmi paura, molto più della tua motivata gelosia. Forse per questo, eri "la ragazza del martedi". O "del giovedi", a seconda delle occasioni.
E sicuramente per questo, già poche settimane dopo, avevo deciso, io, che era meglio se fossimo stati lontani, noi.
Forse fu questo, in fondo, a lasciare una traccia di te là dove poche donne sono mai state.
Scrivo qui "per me", più che altro. Perchè rimango il solito dannato esibizionista. E perchè so che leggerai.
Ma dopo un anno e un giorno, dopo che il tempo ha fatto il suo mestiere su
quello che non si innamora e non è in grado di dire... "poi vediamo", volevo solo dirti che mi dispiace.
Tanto.
Per ogni parola negata, per ogni gesto perduto, per tutto quello che posso e che puoi ricordare.  Per non averti fatto neppure un regalo a Natale, per i miei laconici auguri di buon compleanno. Per altre cose che sai e che so. E per tutte quelle che ignori.

E poi, volevo dirti che ho pagato per ogni mio errore.

Nessun rimorso, nessun rimpianto.

Tutto qui.

Ciao.

Il "ragazzo di quel venerdi".



permalink | inviato da mymojopin il 15/12/2008 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SCIENZA
10 dicembre 2008
Un secondo in più

Un secondo in più

Dalle news di ieri:



Il 2008 si allunga di un secondo

Il Naval Observatory di Washington che governa il tempo
americano, ma di fatto quello del pianeta perché controlla buona parte
degli orologi atomici di riferimento nel mondo, ha deciso di aggiungere
alle 24 ore del 31 dicembre del 2008 un altro secondo quando nella capitale
degli States saranno le 18, 59 primi e 59 secondi. 


La notizia mi ha sconcertato.

Al di là dell'idea del singhiozzo del tempo, di quel secondo di sfasamento del mio tempo presente (che dopo quel secondo diventerà "un po' più presente"), dei dubbi sul calcolo effettivo di quel secondo in più e della risposta della vecchia pendola di Zia Adalgisa (che già di suo, non segue esattamente il canonico flusso del tempo), mi chiedo come si possa utilizzare in maniera proficua quel secondo sottratto al futuro e concesso al presente.

In un secondo non puoi salvare una vita umana, è più facile distruggerla premendo su un grilletto. In un secondo non puoi diventare un uomo migliore, puoi al limite fare una promessa elaborata ed espressa troppo in fretta perchè possa realizzarsi concretamente. In un secondo non fai in tempo a dichiarare le tue intenzioni, è più facile tacere una verità. Non fai in tempo a prendere un caffè, a risolvere una moltiplicazione, a fare uno squillo a un tuo vecchio amico, a dire una frase memorabile (per le stronzate, invece, credo che esistano persone in grado di ottimizzare i tempi), a elaborare un pensiero degno di tal nome.

Forse è bene che gran parte dell'umanità non sappia di quel secondo in più. Qualcuno andrebbe nel panico, qualcun altro potrebbe compiere qualche un gesto sconsiderato, qualcuno potrebbe approfittarne per dire una bugia che sfuggirebbe, come quell'istante artificiale.

Credo che l'unico modo sensato per impiegare quel secondo in più, quell'illusione di una vita prolungata di una frazione infinitesimale, sia dentro un gesto muto, semplice, essenziale.

Un bacio.

A chi avrà la fortuna di condividere quell'istante. Irripetibile. Anzi, scoccato per due volte consecutive su un orologio atomico. 

Se vi capita di trovare qualcuno disposto a condividere questo progetto, avrete reso il mondo migliore.

Almeno per un secondo.
sfoglia
maggio       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 154716 volte

 

Fanno santi ogni domenica, mentre il pubblico acclama e agita con compostezza le bandierine bianche e gialle.

Fanno eroi ogni settimana e  appuntano medaglie al petto di vedove che trattengono le lacrime con dignità.

Fanno geni ogni giorno, riconoscendo il dovuto merito a  benefattori dell'umanità che stanno cercando di salvarci da qualche incurabile malattia.

Fanno campioni ogni settimana, consacrandoli sull'altare della gloria effimera per un gol in acrobazia...

Eppure l'umanità mi sembra peggiorata, nella media.